giovedì 24 febbraio 2011
martedì 22 febbraio 2011
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gran concerto |
- uè, sabato c'è il concerto di xxxxxxx, si va?
- bello, sì!
- prendo i biglietti
- vai
il concerto, l'esperienza ancestrale che riporta ogni uomo alla sua condizione naturale di organismo pluricellulare dominato dalle proprie viscere prima ancora che dal proprio intelletto (nei rari casi in cui questo sia effettivamente possibile).
le prime forme di intrattenimento musicale risalgono effettivamente all'età della pietra, quando gli strumenti a disposizione dell'uomo per esprimere le proprie facoltà musicali erano alquanto ridotti, così come le capacità di esecuzione (essenzialmente non ci si schiodava da uno zoppicante 4/4, caratteristica mantenuta nei secoli da migliaia di band di musica rock, ossia - non a caso - roccia).
i concerti, non ancora intesi come puro intrattenimento, all'epoca avevano una funzione specifica, a seconda dell'occasione: caricavano gli uomini prima di una battuta di caccia particolarmente impegnativa o prima di uno scontro con i guerrieri di una tribù nemica, oppure ancora celebravano un lieto evento, propiziavano il raccolto e omaggiavano la divinità (o il suo contraltare, nel caso dei sabba). in ogni caso queste espressioni musicali all'epoca non duravano molto (circa il doppio di un concerto dei ramones, per intenderci).
è interessante notare come, se da un lato il concetto di concerto si è evoluto negli anni, affrancandosi da qualsiasi contesto contingente per diventare un evento a sè stante, ricco di significati intrinsechi (uno su tutti: vendere bruttissime magliette del gruppo che si esibisce, a circa un terzo del prezzo delle altrettanto bruttissime magliette del merchandising ufficiale - che uno dice, e dove sta la fregatura? semplice, dopo il terzo giro di centrifuga in lavatrice, i disegni e le scritte sulla maglietta non ufficiale si scrostano rivelando il faccione di enzo ghinazzi in arte pupo, con le date del tour in mongolia del 2002), è altrettanto vero che, con il passare delle epoche, i frequentatori abituali di questi congressi non hanno mai mutato le proprie caratteristiche peculiari.
il posseduto:
il soggetto in questione prende il concerto come una buona scusa per sfogare le proprie frustrazioni represse. preferisce abitare le zone calde della folla, staziona abitualmente tra le prime file di un concerto di musica roccia, dove potrà approfittarsi di qualsiasi accenno della sezione ritmica per scatenarsi nel pogo, il rituale selvaggio attraverso il quale i posseduti, guidati - va detto - esclusivamente dalle proprie viscere, mostrano di apprezzare il concerto schiantandosi l'uno contro l'altro con crescente vigore. il posseduto sta a un concerto come un hooligan sta a un evento sportivo.
il posseduto si riconosce al termine di un concerto perchè è solito mostrare compiaciuto le proprie tumefazioni mentre agita il pugno in cui ha raccolto i propri molari.
il cantante mancato:
si mimetizza tra la folla, apparentemente comune spettatore, spesso trae in inganno per i suoi modi schivi e dimessi ma al dunque rivela la sua natura insidiosa, ai danni dei malcapitati che si trovano nel suo raggio d'azione (da cinquecento metri a qualche chilometro, a seconda della preparazione). il soggetto in questione è uso cantare a squarcia gola, dotato di una potenza vocale invidiabile, sopra ogni singola nota emessa dal cantante ufficiale, stonando irrimediabilmente.
se volevo sentirti cantare, venivo a casa tua e infilavo le monetine nel culo a jukebox di tua moglie, testa di cazzo.
il ballerino mancato:
parente stretto del soggetto di cui sopra, il ballerino mancato non concepisce di trovarsi in un luogo in cui viene suonata musica (qualsiasi genere), senza prodursi in squallidi e tristi passetti di danza. il ballerino mancato è scoordinato e non è solito ascoltare la musica prodotta nell'istante in cui balla. l'importante è che ci sia una base su cui ballare (va bene anche quando il gruppo accorda gli strumenti).
lo sforzo prodotto dal soggetto in questione è notevole, sono stati registrati parecchi decessi in questa categoria nel corso degli anni, con picchi notevoli nei prolissi anni '70 (nel 1975 un ballerino mancato diminuì la propria massa corporea del 70% ballando ostinatamente su un assolo di batteria di john bonham della durata di tre quarti d'ora)
la sfinge:
è molto interessato all'esibizione ma non gradisce il contesto. in genere è a disagio nel dover condividere l'evento con le altre categorie e, più in generale, con altri esseri umani. si stabilisce nelle retrovie, a scapito della visuale. preferisce i concerti nei teatri, dove si sta seduti e si gode spesso di un'acustica (e una visuale) nettamente migliore. di solito sembra trovarsi al concerto per caso. la sua principale caratteristica risiede nel fatto che il suo atteggiamento non lascia trasparire alcun tipo di coinvolgimento emotivo per l'esibizione. i suoi piedi sono ben saldi al pavimento e le braccia stese lungo i fianchi oppure conserte, lo sguardo è penetrante, a metà tra il contemplativo e il "ma che cazzo stanno facendo quei tizi in piedi lassù?"
in rare occasioni mostra un minimo di partecipazione (batte il tempo con il piede o dondola leggermente la testa a ritmo) ma in ogni caso non va oltre l'applauso (e solo quando pensa che il gruppo lo meriti veramente).
latin lover:
che sul palco si stia esibendo un raffinato trio jazz piuttosto che un gruppo di percussionisti napoletani incazzati non fa alcuna differenza, questo soggetto si trova al concerto per un'unica ragione, la stessa per cui frequenta altri tipi di ritrovi mondani: la fica.
non fa molta differenza nemmeno il soggetto con cui si accompagna, uomo, donna, scaldabagno, top-model, topocane, il latin lover insidierà la propria preda dalla prima all'ultima nota, traendo un certo piacere dall'esibire le proprie capacità amatorie in pubblico.
non è raro che questo soggetto si allontani dal luogo del concerto ignaro di accompagnarsi a una persona diversa da quella con cui si era presentato.
- oh, forte oh!
- figata vera
- madò..
- eh, sì.. però minchia, un caldo
- vero, poi oh, ma si può che devono sempre suonare così forte?
- perchè conosciamo le canzoni, se no col cazzo che si capiva
- eh, comunque bello, no?
- 'somma, sì..
- no?
- eh..
- ...
- quanto pelo!
mercoledì 29 ottobre 2008
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post sulle vecchine impedite che funziona sempre |
ed eccomi lì, al supermercato, di nuovo.
ogni tanto qualcuno se ne viene fuori con una di quelle statistiche assurde che calcolano quanto tempo si spende in totale per le semplici azioni quotidiane, nell'arco dell'esistenza (un terzo della vita lo passiamo dormendo; dieci anni in bagno; tre anni per imparare a parlare e non ne bastano cinquanta per imparare ad ascoltare - ok, questo è hemingway ma ci siamo capiti). mi chiedo quanto tempo si butti in totale al supermercato.
ed eccomi lì, dunque. in coda, ovviamente.
da un po' di tempo a questa parte mi servo alle casse fai-da-te, quelle a cui le cassiere solitamente guardano sempre con un misto di rancore e paranoia, immaginandosi un futuro prossimo in cui nessuno di noi avrà più bisogno dei loro servigi.
davanti a me un coreano ridanciano e una vecchia in pole. sembra un buon piazzamento.
dopo 10 min di attesa, la vecchia è ancora lì che non sa a che santo votarsi.
mi accorgo che il coreano sta cercando di darle una mano. ride e tamburella sul touch screen assieme a lei. dopotutto un quadretto grazioso, non mi scompongo, mi convinco che insieme ce la possono fare.
sullo schermo della cassa automatica compare la scritta intimidatoria: "vuole usare la carta vantaggi?"
la vecchia tentenna, sembra indecisa sul da farsi. forse non ricorda se ha portato con sè la carta o meno.
«careta vantacci, careta vantacci», cinguetta il coreano.
muovendo lentamente la mano, la vecchia porta l'indice verso lo schermo, spostando il dito ossuto tra le due opzioni, corrosa dal dubbio. fisso il suo artiglio ondeggiare ipnoticamente e infine abbattersi sul touch screen. è un sì. la vecchia decide di usare la carta vantaggi. massì, usala, perchè no? vien da pensare.
«careta vantacci, careta vantacci», ripete il coreano, invitando allegramente la nonnina a tirare fuori la carta.
«non ce l'ho», sospira quella.
mi fisso la punta delle scarpe amareggiato, mentre il coreano ridacchia (forse la sta prendendo in giro, ma probabilmente non è così, probabilmente lui è la persona più zen che esista sulla terra. deve essere così, mi dico, perchè non le ha ancora messo le mani addosso).
in quella arriva la cassiera incaricata di intervenire in caso di problemi tecnici. assisto al suo arrivo come alla nascita di una nuova era, fatta di speranze per un futuro migliore, una primavera a ottobre inoltrato. in un niente, mi dico, sbloccherà la cassa, aiuterà la vecchia e ce ne andremo tutti a casa.
la cassiera fissa lo schermo. non fa niente.
«d'accordo, adesso bisogna aspettare che passi il tempo necessario perchè il sistema torni al primo passaggio». la cassiera ausiliaria torna ad occuparsi di altro.
mi sdraio in posizione fetale sul pavimento, avviluppato nello sconforto più totale.
passano altri minuti, da quello che vedo sullo schermo, sembra che la vecchia stia procedendo al pagamento, dunque in teoria dovrebbe aver finito. e allora perchè ad ogni passaggio continua a strofinare l'articolo che ha in mano sul lettore di codice a barre?
fisso intensamente la cassiera ausiliaria. solo tu - implorano i miei occhi - puoi cambiare il corso degli eventi e donarci la forza per andare avanti.
«signora, ha battuto solo il sacchetto ed è passata al pagamento», dice la cassiera.
«non può battere l'articolo. deve pagare il sacchetto e poi ripetere l'operazione daccapo».
stronza imbecille buonannulla di una cassiera inutile. ma vattene, va.
il coreano ride, ovviamente.
la vecchia paga il sacchetto, poi ripete l'operazione per l'affare che ha in mano. butto l'occhio, è un CD a 4,90 euro. però, una vecchia con in mano un CD, si era mai visto. allora faccio il curioso e guardo meglio. e ti pareva. è un CD di titti bianchi (la regina del lissio, per chi non avesse avuto il piacere, e per chi lo avesse avuto, mi dispiace, massima solidarietà).
per come la vedo io, andrebbero installati degli allarmi alle casse, di modo che quando il malcapitato di turno arriva col suo bel CD di liscio e lo passa sul lettore di codice a barre, PEM, parte la sirena e sul posto accorrono un paio di gorilla armati che stendono il poveretto faccia a terra. CD sequestrato e tizio portato nelle segrete del supermercato, per una bella dose di calci sui denti.
passa la voglia, credi a me.
il coreano poi se l'è cavata meglio, con un mio piccolo aiuto, d'altronde ormai mi ci ero affezionato tipo come a un cognato ('fratello' mi sembra esagerato) e gli volevo bene.
finale sulle note di give peace a chance di john lennon.
giovedì 21 agosto 2008
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battesimo |
spinto dall'urgenza della mia naturale regolarità (?) e non trovando praticabile l'usuale latrina, l'altro giorno in ufficio mi sono imbattuto nei nuovi cessi scintillanti, da poco installati per i morbidi culi dirigenziali.
mentre ne facevo uso appropriato sono stato trapassato da un pensiero illuminante e mi sono sentito un po' come will smith nella ricerca della felicità.
ho pensato: "questa parte della mia vita si chiama battesimo"
p.s. un cenno a tutti quelli che non si lavano le mani dopo essere stati in bagno: siete disgustosi.
venerdì 13 giugno 2008
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flower power |
chiacchierando del più e del meno, una mia amica mi ha confidato di voler aprire un negozio e fare la fiorista.
al che, come mi capita spesso di recente, mi sono completamente straniato dal discorso.
mi sono reso conto, a distanza di diversi anni, di non aver mai saputo quale fosse la risposta corretta al tranello del famigerato test dei tre giorni: ti piacciono i fiori? a cui seguiva il più subdolo quesito vorresti fare il fiorista?
ora, per le altre domande del test non ci voleva un genio per capire dove volessero andare a parare. dico, se ti chiedono odi tuo padre? la risposta è ovvia: hai diciotto anni e lui ne ha almeno il doppio, avete stili di vita e ideologie diametralmente opposte. giusto ieri magari ti ha fatto una testa così per come sei uscito da scuola o per altre stronzate simili. perciò sì, diciamo che non corre buon sangue e se ti sforzi abbastanza, potresti anche arrivare ad odiarlo. certo, non in modo assoluto e comunque se rispondessi in maniera affermativa lo psicologo militare avanzerebbe delle obiezioni. perciò no, non odi tuo padre.
è chiaro anche come rispondere alla domanda senti delle voci nella tua testa che ti ordinano di fare qualcosa? se anche per caso ti fosse capitato, è bene non farlo sapere a questa gente.
ma la faccenda dei fiori è un'altra cosa. è un test redatto da uno psicologo, ok, ma pur sempre a contatto con i militari. forse nel chiederti se *ti piacciono i fiori* intendono portare alla luce il tuo lato più sensibile, più femminile, più, come dire.. ricchione?
sì, ti piacciono i papaveri e qualche altro fiore ma non ci fai una malattia, ecco. e poi in primavera ti danno pure fastidio. quindi no, non ti piacciono. ma non sono convinto sia la risposta giusta. anche perchè, se ben ricordo, la risposta si articolava ben al di là del solito sì e no. c'erano forse delle risposte intermedie, sfumature da considerare bene in questi casi.
il vero problema del doppio quesito sui fiori lo porta la seconda domanda. uno può essere portato a pensare che i militari ne facciano una questione di coerenza: ti piacciono i fiori e quindi non vediamo perchè tu non debba voler fare il fiorista. ti sei iscritto a medicina ma, diavolo, ti piacciono o no quei benedetti fiori? sì, quindi morirai dalla voglia di fare il fiorista (prendi lo stetoscopio e cammina).
non ti piacciono i fiori perciò perchè mai dovresti volerci finire in mezzo fino all'età pensionabile? con quell'odore di petali in decomposizione e acqua marcia.
la verità è che quando è toccato a me rispondere a questo test idiota, la procedura del test era stata in parte modificata e tutti, successivamente, sarebbero stati chiamati a colloquio con la psicologa (figura che porta alla mente pellicole d'essai come la dottoressa del distretto militare e affini).
quando ci sono andato io mi ha chiesto se a casa filasse tutto liscio, se avessi qualche vizio (pure ne avessi avuti di rilevanti mi sarei guardato bene dal divulgarli ai militari. "vizi? niente di particolare. beh, talvolta mi sollazzo infilandomi delle pere kaiser nel retto", "ah, e fiuto saltuariamente della brown brown, ma solo nelle feste comandate").
si è parlato di tutto fuorchè di fiori. il che mi porta a pensare di aver risposto correttamente al tranello fiori=fiorista, anche se non ne sono del tutto sicuro.
ho idea che negli archivi dei vari distretti militari ancora attivi, giacciano tutt'ora diverse pratiche con le foto di migliaia di brufolosi adolescenti marchiati come "sovversivi rivoluzionari", tenuti sott'occhio dai servizi segreti, che non intendono intraprendere la professione del fiorista nonostante il loro debole dichiarato per i fiori.
se domani uscendo di casa avvertiste la sensazione di essere spiati o pedinati, beh, potrebbe non essere solo una sensazione.
allora accostate all'improvviso sul ciglio della strada e raccogliete un mazzetto di fiori di campo. annusateli come fossero la cosa più inebriante al mondo.
guardatevi attorno e strizzate l'occhio alla telecamera.
mi piace la gente vivace / non amo chi tace e acconsente / avete per caso già fatto i tre giorni? / io personalmente preferisco la gente insana di mente
domenica 8 giugno 2008
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pillola proconcezionale |
direttamente dalla posta elettronica dell'ufficio del drugo dano (al momento bloccato sulla tazza del cesso da una serie di scariche termonucleari.. buona fortuna!):
"come da accordi telefonici le inoltro in allegato il cumshot dell'errore".
quando si dice *avere in testa una cosa sola*..
domenica 11 maggio 2008
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goo |
ecco disponibile in streaming un nuovo pezzo, RAVING GULLIVER
hey doctor gulliver, open your medicine chest
you still don't know what hell of a trip you're going to make
on your ship, asleep and stoned on ether fumes
the water is so dark it seems to sail through petrol dunes
raving doctor gulliver
hey doctor gulliver, you can't go lower than this
the best you can do now is waving your arms and stop to sink
nailed to the ground, you can't move, you can hardly try
little men inside your head are staring at you petrified
critiche e commenti bene accetti. buon ascolto.
stgvs
martedì 15 aprile 2008
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sette anni fa un tumore al sistema linfatico si portava via joey ramone, storica voce dei ramones, un uomo che non ha mai smesso di "sventolare la sua bandiera freak", nonostante abbia avuto la vita contro, dall'inizio alla fine.
aveva solo 49 anni.
qualche mese prima di andarsene, scivolò su una lastra di ghiaccio fuori dallo stabile dove alloggiava all'epoca, rompendosi un'anca. stette sdraiato per una vita, immobilizzato dal dolore, mentre la gente gli passava accanto indifferente, scambiandolo per un tossico o chissà che. per il suo aspetto. per i lunghi capelli arruffati che gli coprivano il volto, allora come mille altre volte prima di allora, in uno degli innumerevoli concerti tenuti con la sua band. e per quel viso, già di per sè poco aggraziato, trasfigurato dal dolore.
e nonostante tutto, credo, non deve aver mai perso fiducia nella gente, almeno nella sua gente, a cui dedicò il titolo del suo primo - e ultimo - disco solista, dopo trent'anni di carriera col gruppo, don't worry about me e la splendida cover di what a wonderful world di louis armstrong.
un inguaribile ottimista, non c'è che dire.
domenica 13 aprile 2008
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echi |
strangers passing in the street/ by chance two separate glances meet /and i am you and what i see is me (echoes, pink floyd).
lunedì 31 marzo 2008
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bo(r)ia d'autore |
è ufficiale: antonello venditti ce le ha proprio in giostra.
pare che dopo aver saputo della trovata dell’onorevole giuseppe drago dell’udc - il quale avrebbe utilizzato proprio una canzone di venditti in apertura della sua campagna elettorale in quel di ragusa - antonello abbia mollato la forchettata di maccheroni nel piatto con sdegno e, dopo essersi pulito la bocca col tovagliolo, sia sbottato in un liberatorio: "e mo bbasta!"
l'indignazione del sor venditti ha tuonato e risuonato attraverso le principali testate giornalistiche del paese, condannando tutti quelli che lo avrebbero depredato della sua arte per interessi commerciali e politici.
e io, che prima di tutto rappresento il pensiero dell'uomo della strada (crudo e anche un po' puttano), dico che ci può stare, finchè uno se la prende con l'onorevole drago che ha di fatto strumentalizzato la canzone di venditti, associandola al proprio credo politico (e infrangendo il copyright depositato).
ma venditti poi, col maccherone di traverso, ha alzato il tiro e ha sparato a zero su tutti i registi e registucoli rei di essersi appropriati delle "sue" parole per sbancare il botteghino.
apre la fila dei furbacchioni il regista gabriele muccino, colpevole di aver intitolato uno dei suoi film come una canzone di venditti, "ricordati di me".
c'è da dire che per quel film un altro cantautore, pacifico, scrisse un pezzo con lo stesso titolo, dimostrando così che la frase "ricordati di me" non appartiene a nessuno in particolare e anzi, credo proprio fosse già in uso prima che antonello venditti se ne venisse al mondo.
la strage continua citando un altro regista, fausto brizzi, che ha avuto la sfrontatezza di chiamare il suo film "notte prima degli esami", esattamente come il grande successo di venditti. il quale, se ben ricordo, in quell'occasione venne anche contattato dal regista e cantò pure la canzone in occasione della prima.
il problema è venuto dopo, quando brizzi ha pensato di realizzare "notte prima degli esami 2", senza contattare venditti e chiedere il permesso, secondo le parole del cantautore romano.
ma chiedere il permesso a chi? e di cosa poi??
molte esternazioni di venditti riguardo questa quisquilia mi hanno ricordato vagamente il don vito del padrino: "ma che feci, bonasera? che ti feci mai per meritare questa mancanza di rispetto?"
e poi il colpo finale, un altro film battezzato con le parole dell'antonello nazionale: "questa notte è ancora nostra", da poco nelle sale. filmetti, d'accordo ma nessuno che si sia degnato anche solo di avvisarlo, il povero venditti.
perchè, diciamoci la verità, in effetti non se lo caga mai nessuno, nemmeno per questioni che lo riguardano in prima persona (nella fiction sull'amico rino gaetano, ad esempio, antonello è stato presentato come chitarrista, quando il suo strumento è da sempre stato il pianoforte, dettaglio sottolineato da venditti stesso in diverse interviste), figuriamoci per delle citazioni, se proprio vogliamo parlare di citazioni, perchè ancora sono del parere che le frasi "ricordati di me", "notte prima degli esami" ecc. siano proprietà di chiunque senta il bisogno di utilizzarle.
venditti, nel tentativo di nobilitare la propria protesta, cita i red hot chili peppers che di recente hanno intentato causa verso un serial televisivo intitolato "californication", come il loro album del 1999. anche qui la cosa sarebbe da sviscerare per bene ma è un discorso diverso perchè coinvolge un neologismo non presente nel vocabolario inglese, nè di uso comune, su cui quindi la band può far valere i propri diritti.
in conclusione, secondo il parere di don antonello, questi ladruncoli di bassa lega, sfruttatori e sanguisughe, avrebbero potuto almeno omaggiarlo di una citazione come fonte di ispirazione per il lavoro. sarebbe bastato, dice.
invece io credo che nè i film di muccino, nè quelli di brizzi, genovese e miniero abbiano recato danni di alcun tipo al cantautore. anzi, forse qualche ragazzino potrebbe essersi ritrovato a fischiettare uno dei motivetti succitati, sentendo il bisogno di comprare il disco (ok, questo è poco probabile ma è possibile, quantomeno).
il solo fatto di aver utilizzato le sue parole è un omaggio a venditti, perchè se fosse stata solo una questione commerciale, forse i registi in causa si sarebbero rivolti ad artisti attualmente più in voga.
e se proprio vogliamo continuare su questa strada, potremmo ricordare alcuni brani del nostro, uno su tutti "prendilo tu questo frutto amaro", più che altro una cover di "bitter fruit" di "little" steven van zandt, chitarrista della e-street band di springsteen e interprete del leggendario silvio dante dei soprano. a quanto pare il nome di van zandt non compare nei crediti dell'album.
si dice che little steven, incalzato da un giornalista che gli chiedeva perchè non avesse fatto causa per il plagio, abbia risposto serafico che "con certa gente non vale nemmeno la pena di andare al cesso, figuriamoci in tribunale" (e se avete presente silvio dante dei soprano, vi starete anche immaginando la sua faccia adesso. sì, proprio questa).
p.s. stavo anche pensando di intitolare il post usando le parole di venditti ma guarda un po', ho usato parole mie. anzi, parole di tutti.
mercoledì 19 marzo 2008
domenica 9 marzo 2008
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piccolo. spazio. pubblicità (AKA "ringo people") |
non so dire quanto ho impiegato perchè l'ascolto di all you need is love non mi rimandasse immediatamente alla memoria quel cazzo di stranamore.
da qualche tempo c'ero pure riuscito, in ogni caso. love, love, love, già, e in testa mi affioravano le immagini del collegamento in mondovisione dei beatles, direttamente da uno dei dvd della beatles anthology, con quel bianco e nero che, come per magia, vira in colore, il colore brillante e kitsch proprio degli anni sessanta.
e poi oggi, d'un tratto, riecco quel fottuto camper, perso per sempre nei ricordi remoti di una domenica sera su canale 5, con la buonanima del dottor castagna. poi la trasmissione è finita a far muffa su rete4 e non se l'è cacata più nessuno, in definitiva.
nel giro di cinque minuti, a pranzo, con la tv accesa (brutta abitudine, lo so), i beatles hanno imperversato nella pubblicità più di quanto ne avessimo (ne avessero?) bisogno.
spot TIM: dei bambini cantano una sguaiata versione di all together now.
dico a mia madre: "non diresti mai che questi sono i beatles".
in effetti lei è incredula e sono costretto a confermarle che sì, si tratta di un pezzo dei beatles.
sicuramente di maccartney, aggiunge mio fratello. e sì, confermo anche questo.
al che cha puntualizza che non poteva essere altrimenti, visto che tutte le più sfacciate cagate inglesi prodotte dal quartetto portano la sua firma. come dargli torto.
non passa poco che per un altro spot riecheggiano le note di here comes the sun.
mi rivolgo di nuovo a mia madre: "e non diresti mai che anche questi..."
lei sorride, come se la mia fosse una battuta. ma non lo è, spiego, sono i beatles anche questi, anzi, questo è george harrison, in uno dei suoi purtroppo rari momenti di grazia.
e poi eccolo, a chiusura del blocco di spot, il maledetto camper con la scritta rossa nera e gialla. e l'inconfondibile sottofondo.
"e non diresti mai che questi sono..."
mia madre sorride, questa la sa anche lei. però non sa chi l'ha scritta. beh, dico, le canzoni dei beatles sono accreditate quasi tutte a lennon/maccartney ed in effetti in alcuni pezzi, spesso nella prima produzione, c'è effettivamente l'apporto di entrambi. però all you need is love è una creatura di lennon, dispute a parte.
"manca solo una di ringo", faccio notare con piglio sardonico.
"anche ringo scriveva canzoni?" chiede mia madre.
"più che altro delle merdate", è la mia impietosa replica.
cha mi chiede qualche titolo e ne pesco un paio dalla memoria, don't pass me by e octopus's garden.
"non se le ricorda nessuno", infierisco. e un po' mi sento in colpa perchè alla fine ringo è un buono, uno sfigato simpatico e compagnone e non se lo merita per niente. specie da un signor nessuno come il quippresente.
e adesso che ci penso almeno lui può vantarsi di non essere associato a nessuna pubblicità idiota, cosa che i suoi illustri colleghi, a quanto pare, proprio non possono permettersi.
giovedì 24 gennaio 2008
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il valium è acqua passata |
i baustelle sono in radio (e in heavy rotation su mtv) da un po' col singolo charlie fa surf, anticipazione di amen, album in uscita il primo febbraio.
il pezzo è orecchiabile e il testo funziona, almeno per i primi ascolti. coi suoi vari riferimenti alle droghe sintetiche, potrebbe benissimo diventare un inno per tutti quelli che, siccome hanno tra i 15 e i 25 anni, si sentono in dovere di farsi di qualsiasi cosa passi loro sotto mano.
sotto quest'ottica, sembra che i baustelle abbiano raccolto il testimone dei prozac+ (paroxetina, fluoxetina, siamo lì), che dieci anni fa trattavano le stesse tematiche. tuttavia, proseguendo nell'ascolto, s'intuisce una presa di posizione differente, come se, attraverso charlie, i baustelle si accanissero sulle nuove leve, suggerendo - con esagerata cattiveria - di usare maniere forti nei loro confronti (se charlie fa skate non abbiate pietà, crocifiggetelo, sfiguratelo in volto con la mazza da golf). dal contrasto tra strofa e ritornello risulta un effetto tragicomico che ben si accompagna all'andamento brioso del pezzo.
dal punto di vista musicale, trovo ci siano diverse analogie tra charlie e il pezzo dei cribs, mirror kisser, di qualche anno fa (che poi è il vero motivo per cui ho scritto il post, prima di incartarmi sul significato del testo, che alla fine si riduce a due parole ad effetto, messe lì giusto per fare colpo e aiutare il singolo a trainare bene l'album di prossima uscita, lo sanno tutti).
e non è finita: per festeggiare, offro coca cola con l'aspirina a tutti! e tra dieci minuti voglio vedervi tutti in acido! (cit.)
mercoledì 23 gennaio 2008
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cime tempestose |
ho letto della morte di heath ledger in un trafiletto su un quotidiano.
ovviamente DOPO la seguente conversazione:
madre: è morto quello di *brobbebbaunti*, lì, che non riesco mai a dirlo.
stgvs (pensando a jake gyllenhaal e al fatto che, con quella faccia da bravo ragazzo, ha fregato proprio tutti): ma chi?
madre: non quello che ha fatto *superman*, l'altro.
stgvs: ma chi? nessuno di quelli che hanno fatto *brokeback mountain* era in *superman*!
madre: non superman, scusa, l'*uomo ragno*.
stgvs: ??? nessuno di quelli che hanno fatto BBM era nell'uomo ragno.
poi capisco, mia madre deve aver confuso gyllenhaal con tobey maguire.
stgvs (per conferma): il biondo o il moro?
madre: il biondo.
stgvs (quasi sollevato, chissà poi perchè): heath ledger.
madre: ecco.
ora tutto sta all'esame tossicologico. sono stati ritrovati dei sonniferi accanto al letto dove ledger è morto, potrebbe anche trattarsi di un'overdose accidentale. anche nick drake se n'è andato così. in questi casi, non si riesce mai a capire se si tratta di suicidio o morte accidentale. se sei della famiglia, ti racconti che è morte accidentale. ma più probabilmente è un tentato suicidio, magari poco convinto, di certo perfettamente riuscito.
e ora vorrei che tu ti unissi a me nel mandare A FARE IN CULO quelli della westboro baptist church, che oggi gongolano e progettano di picchettare i funerali dell'attore scomparso, reo di aver interpretato il cowboy omosessuale nella pellicola che gli ha portato fama e successo internazionali. cani bastardi che ancora oggi se ne vanno in giro a dire che dio odierebbe gli omosessuali (fag, nell'accezione da gentleman che quei luridi porci preferiscono utilizzare). bigotti senza vergogna che si permettono di scrivere in un comunicato che ora ledger "è all'inferno dove ha cominciato a scontare la sua condanna eterna".
auguratevi che il vostro dio omofobo sia anche un dio misericordioso, imbecilli.
god hates the westboro baptist church.
giovedì 3 gennaio 2008
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family ties |
dieci anni fa o giù di lì, decisi che i miei genitori avrebbero dovuto assolutamente vedere una VHS che mi aveva cambiato la vita. si trattava di *clerks*, il successo indipendente di kevin smith.
smith, dal canto suo, non sarebbe più riuscito a girare niente di simile. dialoghi serrati senza censura, situazioni surreali, eroi suburbani sfigati in cui identificarsi.. se i miei avessero voluto capire chi fossi veramente, non avrebbero dovuto fare altro che guardare quel film.
lo videro il film, mentre io sedevo accanto a loro, ridendo nei punti giusti e buttando contemporaneamente un occhio per sondare le loro reazioni.
che dire, non reagirono molto. non la presero male, solo ricordo che obiettarono per il linguaggio. pensai fosse strano, dal momento che il frasario in casa mia non è mai stato particolarmente delicato (ma forse dieci anni fa non era ancora così ovvio sentire certe cose in TV).
mi chiesi se non fosse quello il famoso gap generazionale.
gli anni sono passati, sono cambiate tante cose, anche se per me e per altri come me non sono cambiate come ci si aspettava. ed ecco *clerks 2*, in cui smith fa rivivere i suoi antieroi per un altro giorno.
e stasera i miei hanno guardato pure quello. di loro iniziativa, vorrei sottolineare. e hanno riso di gusto, per jay e bob, i due spaccia redenti. hanno riso per pio bernardo, il troll vaginale. e sì, hanno riso pure per l'asino show ("erotismo interspecie, cazzone!").
mi sono fermato a guardarlo assieme a loro, nonostante l'avessi già visto diverse volte. ridevo anche io ma più per l'assurdità del momento che per le battute del film. voglio dire, stavo guardando assieme ai miei un gruppo di persone assistere ad un amplesso tra un ciccione mascherato e un asino. mi aspettavo una reazione indignata, un cambio di canale quantomeno. invece hanno riso.
che significa? forse che il gap generazionale è sparito di colpo?
poi il film è finito e io mi sono sentito addosso un fastidioso senso di malinconia, mentre loro continuavano a ridere ricordando le scene più idiote.
nemmeno rammentavano di aver visto il primo film, dieci anni prima. gliel'ho dovuto dire io. non hanno colto i vari riferimenti disseminati nel corso della pellicola, nel finale in particolare: il telo con la scritta i assure you we're re-open; becky che cambia lo stesso neon che dante cambia nel primo film; il cartello sulla cassa del quick-stop che dice if you plan to shoplift, please let us know; randal che nella versione originale dice a dante "you're not even supposed to be here today", riprendendo la battuta di dante nel primo film (che apre anche il disco della colonna sonora, in testa a clerks dei love among freaks, il micidiale tema di apertura del primo clerks); la signora che si vede negli ultimi secondi, quella che cerca il cartone del latte con la scadenza più lontana (forse la madre di smith).
è un po' come assistere ad uno spettacolo di moni ovadia senza comprendere fino in fondo l'umorismo yiddish. ci ho provato un paio di volte. rido, sì, ma per metà del tempo forse sto solo facendo finta di divertirmi o comunque non mi sto divertendo per i motivi giusti. e comunque mi sento terribilmente stupido.
i miei ridevano mentre io sentivo la faccia bruciarmi e il petto gonfiarsi di malessere, durante la scena in cui dante vaga per le strade di leonardo, new jersey, mentre 1979 degli smashing pumpkins suona in sottofondo. una cosa del genere i miei non potrebbero mai capirla, come io non potrei mai capire come si sentono quando in TV passano ancora film tipo il sorpasso, per dirne uno.
finale alternativo di "clerks", 1994
sabato 15 dicembre 2007
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gino è una bestia (aka "jingle bells") |
il mio nuovo lavoro stagionale come babbo natale all'ipercoop, mi permette diversi benefit, tra cui la possibilità di godere di forti sconti su tutti gli articoli in promozione natalizia in vendita nei negozi della catena. la condicio sine qua non perchè io usufruisca di questa facilitazione è che mi presenti alla cassa col costume di babbo natale, lo stesso che uso in orario di lavoro. come se a questo punto mi fregasse qualcosa di fare figure da cazzo con la gente.
l'altra sera ero talmente sfatto che sono sceso al bar vestito ancora in giacca rossa con finiture di pelo bianco e barba posticcia. mi sono appoggiato al bancone senza potermi sedere, perchè dopo un turno di sei ore filate, a forza di tenere bambini ciccioni sulle ginocchia a ritmo di uno ogni due minuti, le chiappe mi si sono gonfiate in modo spropositato e mi si sono pure tagliate in mezzo (ma il dottore ha detto che quella probabilmente è una vecchia ferita).
sembravo un incrocio tra dan aykroyd vestito da babbo natale ubriacone nel classico natalizio una poltrona per due (che molto probabilmente nelle prossime tre settimane trasmetteranno a ciclo continuo e anche a reti unificate subito dopo il discorso di napolitaner) e il billy bob thornton di babbo bastardo (quello che nella scena clou del film s'inchiappetta una grassona nel camerino del grande magazzino dove lavora come babbo natale esclamando: "sì, baby, non riuscirai a cagare per una settimana!").
– lo sai? è anche grazie a gente come te se ho smesso di amare il fottuto natale – mi ha detto il barista in tono acido.
l'ho guardato per un po' e poi ho ruttato. che altro avrei dovuto fare? credevo di essere solo un'icona kitsch e invece mi ritrovo ad incarnare lo spirito di una festa morta, fagocitata dalla farsa del consumismo.
– mamma, babbo natale sta bevendo un scotch doppio al bancone! – ha bisbigliato un nanetto tirando la gonna della madre etilica allo stadio terminale.
m'è venuto da pensare che portarsi il figlio in un posto come questo non è granchè educativo. ma neanche portarlo all'ipercoop sulle ginocchia di un finto babbo natale per chiedere regali – che nella maggior parte dei casi sono delle cazzate tremende – lo è.
mai nessuno che chieda qualcosa di anche solo lontanamente interessante, per dire. chessò, non ho mai sentito un bambino che mi chiedesse di portargli, la butto lì, un didgeridoo, quell'affare che sulle prime sembra un grosso chillum da erborista esibizionista, ma che invece va usato al contrario. viene dagli aborigeni australiani che lo intagliavano dalle piante di eucalipto e se ci soffi dentro produce quel bordone ipnotico da cui prende il nome lo strumento.
io, ad esempio, da piccolo mi sarei divertito di bestia con un affare del genere a disposizione. comunque nessun bambino mi ha mai chiesto un didgeridoo, ecco. non che glielo avrei portato, voglio dire, il mio lavoro consiste nell'ascoltare le loro richieste e rispondere con frasi standard tipo: oh oh oh, sarai accontentato, piccolo! buon natale! oh oh oh (l'oh oh oh è per contratto, io ne farei volentieri a meno, ma mi pagano un tot ogni oh). poi morta lì, non è che devo anche portargli i regali a casa. nel colloquio con il direttore del personale dell'ipercoop ho tenuto che fosse messo nero su bianco. non si è mai troppo prudenti con questi contratti capestro. finisce che da qualche parte in piccolo c'è una clausola che t'inchiappetta e ti ritrovi la notte del 24 ancora vestito da babbo natale, con un sacco pieno di avanzi di magazzino dell'ipercoop in spalla, a fare il giro dei dormitori e dei centri di accoglienza per i disadattati. non sono tagliato per il volontariato, io. è il senso di colpa che mi fotte e anche una certa dose di presunzione congenita.
ma poi ho pensato, magari nessun bambino mi chiede il didgeridoo perchè nessun bambino sa cosa sia. così ieri, al turno del pomeriggio, ho portato il mio didgeridoo in negozio e, approfittando di una pausa tra una richiesta di gormiti e una di fatine winx (a proposito, COMPLIMENTI buffon, la tua è la pubblicità più trash del momento), mi sono prodotto in un'esibizione estemporanea.
quando ho riaperto gli occhi (ero preso al punto da chiudere gli occhi nel trasporto dell'esecuzione, abitudine di cui hornby parla con sospetto e diffidenza in about a boy) i clienti erano tutti accucciati per terra con le mani premute sulle orecchie.
– che cosa sta succedendo qui?? – ha gridato il direttore del reparto arrivando trafelato. un lembo della camicia gli sporgeva dalla giacca. secondo me stava cacando quando qualcuno l'ha avvertito dell'emergenza all'angolo di babbo natale.
babbo natale, cioè io.
– cosa diavolo è quell'affare?? – ha gridato quello, sempre coi due punti di domanda.
allora mi sono sentito in dovere di spiegare e di decantare la bellezza del didgeridoo. non mi rivolgevo direttamente al tizio, il mio discorso era più che altro rivolto ai bambini presenti.
– lo metta via subito! – ha intimato il caporeparto interrompendomi sul più bello.
stavo per spiegare le proprietà ipnotiche del suono emesso dal didgeridoo, che sulle prime può risultare molesto ma poi è capace di trascinare l'essere umano in una dimensione trascendentale.
– o sarò costretto a farla sbattere fuori – ha sibilato quello tra i denti, avvicinandomisi con fare minaccioso.
così, con la tristezza che mi riempiva il petto e mi fiaccava le gambe, ho messo da parte il mio didgeridoo.
ma poi è successo.
– voglio un tubo che fa "woooomwoooomwowooomwoooowoooom" – ha detto il primo bimbo ciccione che mi si è chiapponato sulle ginocchia osteoporotiche.
oh oh oh!, ho esclamato io con rinnovato vigore (il che mi ha fruttato un aumento in busta e il ritiro della nota di biasimo per l'incidente col didgeridoo).
– ma gianmattia – ha detto la madre stupefatta (almeno quanto lo ero io dopo aver sentito con che razza di nome ha marchiato a vita il figlio) – cosa te ne fai di quel coso?
cioè capisci, ha detto "quel coso". quanta ignoranza, madonna.
– ti spacco la minchia, mamma – ha detto quello con un sorrisetto da vero bastardo.
1-0, mamma, prendi questo. quel piccolo botolo di adipe chiapponato sulle mie ginocchia ora pareva pesare due grammi tanto lo stimavo (dentro di me, perchè per contratto non possiamo dire nient'altro ai piccoli che le frasi standard imparate a memoria, se non vogliamo rischiare denuncie per molestie. oggi il mondo va così).
la madre si è portata via il fan numero uno del didgeridoo pensando comunque di essere al sicuro. deve aver pensato: il bambino avrà pure chiesto quel coso ma io col cazzo che glielo compro.
beh, non si preoccupi signora, mi premurò di recapitare il regalo di persona, direttamente davanti alla porta di casa. e quando gianmattia lo vedrà, sarà fatica sprecata cercare di portarglielo via.
dopo gianchiappechiappone, molti altri bambini hanno richiesto il didgeridoo, tanto che ho saputo che una famosa casa di giocattoli ne sta preparando una versione economica per la vendita nei centri commerciali. e forse qui ho anche perso un'ottima occasione per sfruttare un bel bisiniss' nascente. non che mi importi granchè. resto un finto babbo natale schiacciato dal peso di bambini grassi e pasciuti fino alla vergogna, ma sono un uomo più sereno.
mercoledì 31 ottobre 2007
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maccheroni elettronici |
quando ti arrivano certe cose sulla scrivania, capisci che da qualche parte c'è qualcosa che non va. e anche se ti viene da ridere, dentro di te sai che è sbagliato. che dovresti prendere e andartene a casa.
tanti saluti a tutti e buonanotte.
che poi almeno non si atteggiassero. dico, se sei un buzzurro almeno evita di riempirti la bocca di aria fritta e spocchia a strafottere. e di firmare le mail con una sequela di qualifiche inutili tipo "friend of the web marketing manager assistant's mother-in-law". ma soprattutto evita gli errori nel testo, almeno i più grossolani per dio. e gli strafalcioni linguistici come quello che ha scatenato la mia indignazione:
dunque mi arriva questa busta sul tavolo. la busta è urgente, si capisce.
altro campanello d'allarme che dovrebbe risvegliare qualche coscienza, la parola urgente. è usata un po' per tutto, diciamolo. ho una fila lunga così di mail nella posta in ufficio con il cazzo di punto esclamativo rosso accanto. ! è urgente! se poi dopo l'ennesima mail con punto esclamativo, fai anche soltanto finta di sbattertene una volta tanto, ci pensa la testa di minchia di turno: «pronto? ciao, sai la mail che ti ho mandato trenta secondi fa? beh, sarebbe una cosa urgente». poi leggi e magari è, chessò, un messaggio per il fantacalcio aziendale.
allegata alla busta c'è la comunicazione.
e sì, perchè oggi funziona così.
stgvs ― «pronto? ho bisogno di questo, questo e quest'altro».
pincopalla ― «uhm, ok d'accordo, mandami una comunicazione».
stgvs ― «ma fino a ieri non ti serviva».
pincopalla ― «e lo so ma adesso mi serve».
stgvs ― «e se non te la mando?»
pincopalla ― «può anche essere che non ti faccio quello di cui hai bisogno».
stgvs (dopo un lungo silenzio di sbigottimento) ― «questo è un ricatto, lo sai vero?»
pincopalla ― ...
stgvs ― «ok, ti mando la comunicazione. però voglio che mi mandi una comunicazione in cui mi dici che da oggi in poi hai bisogno di una comunicazione, va bene?»
sulla comunicazione c'è una lista di materiale in arrivo, roba per una conferenza, cuffie, microfoni e cavetti di connessione vari. il tutto debitamente tradotto in english, of course.
così mi capita di leggere: earphones, microphones... e poi lo vedo, di sfuggita. penso, non può essere, avrò visto male. e invece no, c'è scritto davvero. earphones, microphones and... CAVETTIS OF CONNECTION. ebbene sì. cavettis.
beh, very well my friend, you have SPUTTANATED yourself soooo bad.
dedico il post a un grande del trash italiano recentemente scomparso, guido nicheli in arte dogui, il leggendario signor zampetti nei ragazzi della III C.
mi hai sempre fatto morire dal ridere. grazie.
domenica 21 ottobre 2007
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"elvis ha lasciato l'edificio" (per andare in salumeria) |
l'altra mattina, mentre la mia pulcina cercava disperatamente di dormire ancora per qualche minuto, io le canticchiavo sul cuscino il motivo di are you lonesome tonight? con aria da crooner consumato.
lei non ha apprezzato il mio bisbiglio vellutato e mi ha invitato a dirigermi altrove.
poco più tardi, dopo aver fatto colazione in paese, il re ci ha mandato un segno (clicca sull'immagine a lato).
il re è morto. viva il re.
martedì 16 ottobre 2007
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fortune teller (aka "effetti collaterali cinematografici") |
molti bambini sognano di diventare grandi, senza considerare (e come potrebbero) le innumerevoli implicazioni del loro desiderio. io, tanto per distinguermi, interiorizzai a tal punto la volontà di crescere da esserne terrorizzato. per diverso tempo infatti, da piccolo credetti di essere affetto da progeria, una sindrome degenerativa che comporta un rapido invecchiamento del fisico (ma non della mente).
non so cosa me lo facesse credere (ho sempre dimostrato la mia età, se non addirittura qualche anno di meno) ma penso di sapere perchè. sospetto sia stata tutta colpa di un film - che probabilmente non vidi nemmeno, forse me lo raccontarono soltanto - in cui un tizio affetto da progeria dà fuori di matto e decide di far fuori chiunque gli capiti a tiro.
per quello che ne potevo sapere io, la furia omicida poteva essere una delle conseguenze della malattia. dunque non stavo solo rapidamente invecchiando ma presto avrei anche ucciso la mia famiglia.
poi arrivò tom, il tom prima maniera, quello che avevo imparato a conoscere in una serie TV intitolata henry e kip (dall'originale bosom buddies, che da noi suonerebbe tipo "i compagni tette"), in cui lui e un suo amico si travestono da donne per abitare in un pensionato femminile.
nel film di tom c'è un bambino mingherlino e anche un po' bruttino se vogliamo dirla tutta, che una sera esprime il desiderio di diventare adulto ad una macchina a gettoni del luna-park e la mattina dopo si sveglia nel corpo di tom hanks. solo che la gente non lo riconosce, perchè all'epoca tom doveva ancora girare i grandi successi che gli avrebbero dato fama e lustro planetari.
non sapevo cosa fosse peggio, se invecchiare prematuramente ed impazzire, uccidendo barbaramente i miei cari o svegliarmi nel corpo di, chessò, benicio del toro, dieci o quindici anni prima di traffic, brutto e povero (ho preso del toro perchè è uno con cui non farei a cambio. se mi svegliassi nel corpo di, per andare sul sicuro, brad pitt anche dieci o quindici anni prima di sleepers non sarebbe un grosso problema, anzi).
poi arrivò michael e con la pubertà accantonai definitivamente il discorso progeria per gettarmi in un altro inferno, un tantino più subdolo e possibile: il parkinson.
avevo visto michael diventare un fighissimo lupo mannaro (metafora dell'adolescente che si fa uomo) e volevo anch'io surfare sul tetto di un'auto in corsa, sulle note di surfin' USA; lo avevo visto fare avanti e indietro nel tempo su una vecchia delorean, usare il suo acume e il suo incredibile ingegno per fare carriera in una grande città (nell'evoluzione naturale del personaggio di alex keaton).
e poi all'improvviso, scosso dai tremori, annunciava di essere affetto dal morbo di parkinson. tutto era cominciato - raccontava - con un tremore al mignolo, durante le riprese di doc hollywood. inutile dirlo, presi ad interpretare il minimo spasmo muscolare come un sintomo della malattia, l'inizio della fine.
per farla breve, non sono mai stato affetto da progeria o dalla sindrome di werner e, se dio vorrà, non dovrò avere a che fare col parkinson ancora per un bel pezzo. ma i film, quelli saranno sempre in agguato e quando meno me lo aspetterò, sarò di nuovo in un bagno di sudore, con gli occhi spalancati nel cuore della notte, in pieno attacco cardiaco, pregando con tutto me stesso di non essermi svegliato nel corpo di renato pozzetto.
martedì 9 ottobre 2007
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elogio del pistone |
a volte semplicemente succede. succede che ti trovi nel posto giusto, nel momento giusto. e - come diceva ieri sera il mio amico m. (a cui va il merito di avermi introdotto al mondo del signore qui accanto) - ti chiedi come hai fatto finora senza di lui. come hai fatto finora senza il pistone (che, come precisa un suo amico, più che un cognome è un soprannome).
di cenni sulla mirabolante parabola di marco pistone, dall'infanzia siciliana all'apertura del barcelona, passando per innumerevoli mestieri nella milano degli anni 80/90, se ne trovano a sufficienza su www.barcelonacafe.it (entrato di diritto a far parte dei pochi - ma buoni - link del blog).
se c'è un genere letterario che conosco bene è la biografia rock: è a questo genere che si può ascrivere la vita di marco.
perchè marco non è solo un personaggio (dotato di un magnetismo non indifferente, peraltro), è soprattutto un uomo che ha inseguito i propri sogni con tenacia e perseveranza facendo della propria passione una ragione di vita.
basta guardarlo mentre incanta i clienti parlando delle sue mille idee e creazioni con continuo fervore.
cristo, ieri era solo un qualsiasi lunedì di ottobre. se mi aveste incontrato ieri in ufficio avrei faticato a porgervi qualcosa di più che un sorriso stiracchiato.
ecco, per il pistone è diverso. per lui non era solo lunedì. per lui era un altro giorno da sfruttare all'osso, per esprimere la propria creatività.
stavo bevendo uno dei miei cocktail preferiti, la martelada, quando il pistone si è avvicinato al tavolo e ha dichiarato: "all'uomo piacciono solo due cose: il succo di fica (pausa tattica) e.. il succo di fico", quindi ci versa un dito di liquore in un paio di bicchierini, da una mezza bottiglia misteriosa.
la fragranza del fico è inebriante e il sapore del nettare è sublime, un'esperienza ultrasensoriale, mai assaporato niente di simile. si trattava di un test, qualcosa che marco vorrà introdurre nel menu in un (spero molto) prossimo futuro (mi ha confidato che nel giro di un paio di settimane dovrebbe arrivargliene una scorta. sono praticamente già seduto ad aspettarlo).
dopodichè gli chiediamo un cocktail a piacere, per concludere la serata (un aperitivo degenerato in una sessione alcoolica di quasi due ore, senza che ce ne accorgessimo) ed il pistone, probabilmente con la stessa intensa passione del primo giorno, ci parla della coffee caipiriña, un drink futurista come lui stesso lo definisce, che sarà il cocktail dell'estate 2008 (cachaça, lime, zucchero di canna bianco e ghiaccio a scaglie, con l'aggiunta di caffè espresso e gazzosa). un cocktail culturale, sempre per usare le sue parole, che mescola la tradizione dell'italia meridionale (la gazzosa al caffè calabrese) con quella brasiliana.
una bomba!
l'approccio del pistone alla sua professione è lo stesso di un bimbo che vede il mondo per la prima volta: continuo stupore e voglia di scoprire qualcosa di nuovo, ogni giorno.
non si può pretendere di meglio.
