ed eccomi lì, al supermercato, di nuovo.
ogni tanto qualcuno se ne viene fuori con una di quelle statistiche assurde che calcolano quanto tempo si spende in totale per le semplici azioni quotidiane, nell'arco dell'esistenza (un terzo della vita lo passiamo dormendo; dieci anni in bagno; tre anni per imparare a parlare e non ne bastano cinquanta per imparare ad ascoltare - ok, questo è hemingway ma ci siamo capiti). mi chiedo quanto tempo si butti in totale al supermercato.
ed eccomi lì, dunque. in coda, ovviamente.
da un po' di tempo a questa parte mi servo alle casse fai-da-te, quelle a cui le cassiere solitamente guardano sempre con un misto di rancore e paranoia, immaginandosi un futuro prossimo in cui nessuno di noi avrà più bisogno dei loro servigi.
davanti a me un coreano ridanciano e una vecchia in pole. sembra un buon piazzamento.
dopo 10 min di attesa, la vecchia è ancora lì che non sa a che santo votarsi.
mi accorgo che il coreano sta cercando di darle una mano. ride e tamburella sul touch screen assieme a lei. dopotutto un quadretto grazioso, non mi scompongo, mi convinco che insieme ce la possono fare.
sullo schermo della cassa automatica compare la scritta intimidatoria: "vuole usare la carta vantaggi?"
la vecchia tentenna, sembra indecisa sul da farsi. forse non ricorda se ha portato con sè la carta o meno.
«careta vantacci, careta vantacci», cinguetta il coreano.
muovendo lentamente la mano, la vecchia porta l'indice verso lo schermo, spostando il dito ossuto tra le due opzioni, corrosa dal dubbio. fisso il suo artiglio ondeggiare ipnoticamente e infine abbattersi sul touch screen. è un sì. la vecchia decide di usare la carta vantaggi. massì, usala, perchè no? vien da pensare.
«careta vantacci, careta vantacci», ripete il coreano, invitando allegramente la nonnina a tirare fuori la carta.
«non ce l'ho», sospira quella.
mi fisso la punta delle scarpe amareggiato, mentre il coreano ridacchia (forse la sta prendendo in giro, ma probabilmente non è così, probabilmente lui è la persona più zen che esista sulla terra. deve essere così, mi dico, perchè non le ha ancora messo le mani addosso).
in quella arriva la cassiera incaricata di intervenire in caso di problemi tecnici. assisto al suo arrivo come alla nascita di una nuova era, fatta di speranze per un futuro migliore, una primavera a ottobre inoltrato. in un niente, mi dico, sbloccherà la cassa, aiuterà la vecchia e ce ne andremo tutti a casa.
la cassiera fissa lo schermo. non fa niente.
«d'accordo, adesso bisogna aspettare che passi il tempo necessario perchè il sistema torni al primo passaggio». la cassiera ausiliaria torna ad occuparsi di altro.
mi sdraio in posizione fetale sul pavimento, avviluppato nello sconforto più totale.
passano altri minuti, da quello che vedo sullo schermo, sembra che la vecchia stia procedendo al pagamento, dunque in teoria dovrebbe aver finito. e allora perchè ad ogni passaggio continua a strofinare l'articolo che ha in mano sul lettore di codice a barre?
fisso intensamente la cassiera ausiliaria. solo tu - implorano i miei occhi - puoi cambiare il corso degli eventi e donarci la forza per andare avanti.
«signora, ha battuto solo il sacchetto ed è passata al pagamento», dice la cassiera.
«non può battere l'articolo. deve pagare il sacchetto e poi ripetere l'operazione daccapo».
stronza imbecille buonannulla di una cassiera inutile. ma vattene, va.
il coreano ride, ovviamente.
la vecchia paga il sacchetto, poi ripete l'operazione per l'affare che ha in mano. butto l'occhio, è un CD a 4,90 euro. però, una vecchia con in mano un CD, si era mai visto. allora faccio il curioso e guardo meglio. e ti pareva. è un CD di titti bianchi (la regina del lissio, per chi non avesse avuto il piacere, e per chi lo avesse avuto, mi dispiace, massima solidarietà).
per come la vedo io, andrebbero installati degli allarmi alle casse, di modo che quando il malcapitato di turno arriva col suo bel CD di liscio e lo passa sul lettore di codice a barre, PEM, parte la sirena e sul posto accorrono un paio di gorilla armati che stendono il poveretto faccia a terra. CD sequestrato e tizio portato nelle segrete del supermercato, per una bella dose di calci sui denti.
passa la voglia, credi a me.
il coreano poi se l'è cavata meglio, con un mio piccolo aiuto, d'altronde ormai mi ci ero affezionato tipo come a un cognato ('fratello' mi sembra esagerato) e gli volevo bene.
finale sulle note di give peace a chance di john lennon.
mercoledì 29 ottobre 2008
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post sulle vecchine impedite che funziona sempre |
giovedì 21 agosto 2008
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battesimo |
spinto dall'urgenza della mia naturale regolarità (?) e non trovando praticabile l'usuale latrina, l'altro giorno in ufficio mi sono imbattuto nei nuovi cessi scintillanti, da poco installati per i morbidi culi dirigenziali.
mentre ne facevo uso appropriato sono stato trapassato da un pensiero illuminante e mi sono sentito un po' come will smith nella ricerca della felicità.
ho pensato: "questa parte della mia vita si chiama battesimo"
p.s. un cenno a tutti quelli che non si lavano le mani dopo essere stati in bagno: siete disgustosi.
venerdì 13 giugno 2008
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flower power |
chiacchierando del più e del meno, una mia amica mi ha confidato di voler aprire un negozio e fare la fiorista.
al che, come mi capita spesso di recente, mi sono completamente straniato dal discorso.
mi sono reso conto, a distanza di diversi anni, di non aver mai saputo quale fosse la risposta corretta al tranello del famigerato test dei tre giorni: ti piacciono i fiori? a cui seguiva il più subdolo quesito vorresti fare il fiorista?
ora, per le altre domande del test non ci voleva un genio per capire dove volessero andare a parare. dico, se ti chiedono odi tuo padre? la risposta è ovvia: hai diciotto anni e lui ne ha almeno il doppio, avete stili di vita e ideologie diametralmente opposte. giusto ieri magari ti ha fatto una testa così per come sei uscito da scuola o per altre stronzate simili. perciò sì, diciamo che non corre buon sangue e se ti sforzi abbastanza, potresti anche arrivare ad odiarlo. certo, non in modo assoluto e comunque se rispondessi in maniera affermativa lo psicologo militare avanzerebbe delle obiezioni. perciò no, non odi tuo padre.
è chiaro anche come rispondere alla domanda senti delle voci nella tua testa che ti ordinano di fare qualcosa? se anche per caso ti fosse capitato, è bene non farlo sapere a questa gente.
ma la faccenda dei fiori è un'altra cosa. è un test redatto da uno psicologo, ok, ma pur sempre a contatto con i militari. forse nel chiederti se *ti piacciono i fiori* intendono portare alla luce il tuo lato più sensibile, più femminile, più, come dire.. ricchione?
sì, ti piacciono i papaveri e qualche altro fiore ma non ci fai una malattia, ecco. e poi in primavera ti danno pure fastidio. quindi no, non ti piacciono. ma non sono convinto sia la risposta giusta. anche perchè, se ben ricordo, la risposta si articolava ben al di là del solito sì e no. c'erano forse delle risposte intermedie, sfumature da considerare bene in questi casi.
il vero problema del doppio quesito sui fiori lo porta la seconda domanda. uno può essere portato a pensare che i militari ne facciano una questione di coerenza: ti piacciono i fiori e quindi non vediamo perchè tu non debba voler fare il fiorista. ti sei iscritto a medicina ma, diavolo, ti piacciono o no quei benedetti fiori? sì, quindi morirai dalla voglia di fare il fiorista (prendi lo stetoscopio e cammina).
non ti piacciono i fiori perciò perchè mai dovresti volerci finire in mezzo fino all'età pensionabile? con quell'odore di petali in decomposizione e acqua marcia.
la verità è che quando è toccato a me rispondere a questo test idiota, la procedura del test era stata in parte modificata e tutti, successivamente, sarebbero stati chiamati a colloquio con la psicologa (figura che porta alla mente pellicole d'essai come la dottoressa del distretto militare e affini).
quando ci sono andato io mi ha chiesto se a casa filasse tutto liscio, se avessi qualche vizio (pure ne avessi avuti di rilevanti mi sarei guardato bene dal divulgarli ai militari. "vizi? niente di particolare. beh, talvolta mi sollazzo infilandomi delle pere kaiser nel retto", "ah, e fiuto saltuariamente della brown brown, ma solo nelle feste comandate").
si è parlato di tutto fuorchè di fiori. il che mi porta a pensare di aver risposto correttamente al tranello fiori=fiorista, anche se non ne sono del tutto sicuro.
ho idea che negli archivi dei vari distretti militari ancora attivi, giacciano tutt'ora diverse pratiche con le foto di migliaia di brufolosi adolescenti marchiati come "sovversivi rivoluzionari", tenuti sott'occhio dai servizi segreti, che non intendono intraprendere la professione del fiorista nonostante il loro debole dichiarato per i fiori.
se domani uscendo di casa avvertiste la sensazione di essere spiati o pedinati, beh, potrebbe non essere solo una sensazione.
allora accostate all'improvviso sul ciglio della strada e raccogliete un mazzetto di fiori di campo. annusateli come fossero la cosa più inebriante al mondo.
guardatevi attorno e strizzate l'occhio alla telecamera.
mi piace la gente vivace / non amo chi tace e acconsente / avete per caso già fatto i tre giorni? / io personalmente preferisco la gente insana di mente
domenica 9 marzo 2008
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piccolo. spazio. pubblicità (AKA "ringo people") |
non so dire quanto ho impiegato perchè l'ascolto di all you need is love non mi rimandasse immediatamente alla memoria quel cazzo di stranamore.
da qualche tempo c'ero pure riuscito, in ogni caso. love, love, love, già, e in testa mi affioravano le immagini del collegamento in mondovisione dei beatles, direttamente da uno dei dvd della beatles anthology, con quel bianco e nero che, come per magia, vira in colore, il colore brillante e kitsch proprio degli anni sessanta.
e poi oggi, d'un tratto, riecco quel fottuto camper, perso per sempre nei ricordi remoti di una domenica sera su canale 5, con la buonanima del dottor castagna. poi la trasmissione è finita a far muffa su rete4 e non se l'è cacata più nessuno, in definitiva.
nel giro di cinque minuti, a pranzo, con la tv accesa (brutta abitudine, lo so), i beatles hanno imperversato nella pubblicità più di quanto ne avessimo (ne avessero?) bisogno.
spot TIM: dei bambini cantano una sguaiata versione di all together now.
dico a mia madre: "non diresti mai che questi sono i beatles".
in effetti lei è incredula e sono costretto a confermarle che sì, si tratta di un pezzo dei beatles.
sicuramente di maccartney, aggiunge mio fratello. e sì, confermo anche questo.
al che cha puntualizza che non poteva essere altrimenti, visto che tutte le più sfacciate cagate inglesi prodotte dal quartetto portano la sua firma. come dargli torto.
non passa poco che per un altro spot riecheggiano le note di here comes the sun.
mi rivolgo di nuovo a mia madre: "e non diresti mai che anche questi..."
lei sorride, come se la mia fosse una battuta. ma non lo è, spiego, sono i beatles anche questi, anzi, questo è george harrison, in uno dei suoi purtroppo rari momenti di grazia.
e poi eccolo, a chiusura del blocco di spot, il maledetto camper con la scritta rossa nera e gialla. e l'inconfondibile sottofondo.
"e non diresti mai che questi sono..."
mia madre sorride, questa la sa anche lei. però non sa chi l'ha scritta. beh, dico, le canzoni dei beatles sono accreditate quasi tutte a lennon/maccartney ed in effetti in alcuni pezzi, spesso nella prima produzione, c'è effettivamente l'apporto di entrambi. però all you need is love è una creatura di lennon, dispute a parte.
"manca solo una di ringo", faccio notare con piglio sardonico.
"anche ringo scriveva canzoni?" chiede mia madre.
"più che altro delle merdate", è la mia impietosa replica.
cha mi chiede qualche titolo e ne pesco un paio dalla memoria, don't pass me by e octopus's garden.
"non se le ricorda nessuno", infierisco. e un po' mi sento in colpa perchè alla fine ringo è un buono, uno sfigato simpatico e compagnone e non se lo merita per niente. specie da un signor nessuno come il quippresente.
e adesso che ci penso almeno lui può vantarsi di non essere associato a nessuna pubblicità idiota, cosa che i suoi illustri colleghi, a quanto pare, proprio non possono permettersi.
giovedì 3 gennaio 2008
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family ties |
dieci anni fa o giù di lì, decisi che i miei genitori avrebbero dovuto assolutamente vedere una VHS che mi aveva cambiato la vita. si trattava di *clerks*, il successo indipendente di kevin smith.
smith, dal canto suo, non sarebbe più riuscito a girare niente di simile. dialoghi serrati senza censura, situazioni surreali, eroi suburbani sfigati in cui identificarsi.. se i miei avessero voluto capire chi fossi veramente, non avrebbero dovuto fare altro che guardare quel film.
lo videro il film, mentre io sedevo accanto a loro, ridendo nei punti giusti e buttando contemporaneamente un occhio per sondare le loro reazioni.
che dire, non reagirono molto. non la presero male, solo ricordo che obiettarono per il linguaggio. pensai fosse strano, dal momento che il frasario in casa mia non è mai stato particolarmente delicato (ma forse dieci anni fa non era ancora così ovvio sentire certe cose in TV).
mi chiesi se non fosse quello il famoso gap generazionale.
gli anni sono passati, sono cambiate tante cose, anche se per me e per altri come me non sono cambiate come ci si aspettava. ed ecco *clerks 2*, in cui smith fa rivivere i suoi antieroi per un altro giorno.
e stasera i miei hanno guardato pure quello. di loro iniziativa, vorrei sottolineare. e hanno riso di gusto, per jay e bob, i due spaccia redenti. hanno riso per pio bernardo, il troll vaginale. e sì, hanno riso pure per l'asino show ("erotismo interspecie, cazzone!").
mi sono fermato a guardarlo assieme a loro, nonostante l'avessi già visto diverse volte. ridevo anche io ma più per l'assurdità del momento che per le battute del film. voglio dire, stavo guardando assieme ai miei un gruppo di persone assistere ad un amplesso tra un ciccione mascherato e un asino. mi aspettavo una reazione indignata, un cambio di canale quantomeno. invece hanno riso.
che significa? forse che il gap generazionale è sparito di colpo?
poi il film è finito e io mi sono sentito addosso un fastidioso senso di malinconia, mentre loro continuavano a ridere ricordando le scene più idiote.
nemmeno rammentavano di aver visto il primo film, dieci anni prima. gliel'ho dovuto dire io. non hanno colto i vari riferimenti disseminati nel corso della pellicola, nel finale in particolare: il telo con la scritta i assure you we're re-open; becky che cambia lo stesso neon che dante cambia nel primo film; il cartello sulla cassa del quick-stop che dice if you plan to shoplift, please let us know; randal che nella versione originale dice a dante "you're not even supposed to be here today", riprendendo la battuta di dante nel primo film (che apre anche il disco della colonna sonora, in testa a clerks dei love among freaks, il micidiale tema di apertura del primo clerks); la signora che si vede negli ultimi secondi, quella che cerca il cartone del latte con la scadenza più lontana (forse la madre di smith).
è un po' come assistere ad uno spettacolo di moni ovadia senza comprendere fino in fondo l'umorismo yiddish. ci ho provato un paio di volte. rido, sì, ma per metà del tempo forse sto solo facendo finta di divertirmi o comunque non mi sto divertendo per i motivi giusti. e comunque mi sento terribilmente stupido.
i miei ridevano mentre io sentivo la faccia bruciarmi e il petto gonfiarsi di malessere, durante la scena in cui dante vaga per le strade di leonardo, new jersey, mentre 1979 degli smashing pumpkins suona in sottofondo. una cosa del genere i miei non potrebbero mai capirla, come io non potrei mai capire come si sentono quando in TV passano ancora film tipo il sorpasso, per dirne uno.
finale alternativo di "clerks", 1994
sabato 15 dicembre 2007
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gino è una bestia (aka "jingle bells") |
il mio nuovo lavoro stagionale come babbo natale all'ipercoop, mi permette diversi benefit, tra cui la possibilità di godere di forti sconti su tutti gli articoli in promozione natalizia in vendita nei negozi della catena. la condicio sine qua non perchè io usufruisca di questa facilitazione è che mi presenti alla cassa col costume di babbo natale, lo stesso che uso in orario di lavoro. come se a questo punto mi fregasse qualcosa di fare figure da cazzo con la gente.
l'altra sera ero talmente sfatto che sono sceso al bar vestito ancora in giacca rossa con finiture di pelo bianco e barba posticcia. mi sono appoggiato al bancone senza potermi sedere, perchè dopo un turno di sei ore filate, a forza di tenere bambini ciccioni sulle ginocchia a ritmo di uno ogni due minuti, le chiappe mi si sono gonfiate in modo spropositato e mi si sono pure tagliate in mezzo (ma il dottore ha detto che quella probabilmente è una vecchia ferita).
sembravo un incrocio tra dan aykroyd vestito da babbo natale ubriacone nel classico natalizio una poltrona per due (che molto probabilmente nelle prossime tre settimane trasmetteranno a ciclo continuo e anche a reti unificate subito dopo il discorso di napolitaner) e il billy bob thornton di babbo bastardo (quello che nella scena clou del film s'inchiappetta una grassona nel camerino del grande magazzino dove lavora come babbo natale esclamando: "sì, baby, non riuscirai a cagare per una settimana!").
– lo sai? è anche grazie a gente come te se ho smesso di amare il fottuto natale – mi ha detto il barista in tono acido.
l'ho guardato per un po' e poi ho ruttato. che altro avrei dovuto fare? credevo di essere solo un'icona kitsch e invece mi ritrovo ad incarnare lo spirito di una festa morta, fagocitata dalla farsa del consumismo.
– mamma, babbo natale sta bevendo un scotch doppio al bancone! – ha bisbigliato un nanetto tirando la gonna della madre etilica allo stadio terminale.
m'è venuto da pensare che portarsi il figlio in un posto come questo non è granchè educativo. ma neanche portarlo all'ipercoop sulle ginocchia di un finto babbo natale per chiedere regali – che nella maggior parte dei casi sono delle cazzate tremende – lo è.
mai nessuno che chieda qualcosa di anche solo lontanamente interessante, per dire. chessò, non ho mai sentito un bambino che mi chiedesse di portargli, la butto lì, un didgeridoo, quell'affare che sulle prime sembra un grosso chillum da erborista esibizionista, ma che invece va usato al contrario. viene dagli aborigeni australiani che lo intagliavano dalle piante di eucalipto e se ci soffi dentro produce quel bordone ipnotico da cui prende il nome lo strumento.
io, ad esempio, da piccolo mi sarei divertito di bestia con un affare del genere a disposizione. comunque nessun bambino mi ha mai chiesto un didgeridoo, ecco. non che glielo avrei portato, voglio dire, il mio lavoro consiste nell'ascoltare le loro richieste e rispondere con frasi standard tipo: oh oh oh, sarai accontentato, piccolo! buon natale! oh oh oh (l'oh oh oh è per contratto, io ne farei volentieri a meno, ma mi pagano un tot ogni oh). poi morta lì, non è che devo anche portargli i regali a casa. nel colloquio con il direttore del personale dell'ipercoop ho tenuto che fosse messo nero su bianco. non si è mai troppo prudenti con questi contratti capestro. finisce che da qualche parte in piccolo c'è una clausola che t'inchiappetta e ti ritrovi la notte del 24 ancora vestito da babbo natale, con un sacco pieno di avanzi di magazzino dell'ipercoop in spalla, a fare il giro dei dormitori e dei centri di accoglienza per i disadattati. non sono tagliato per il volontariato, io. è il senso di colpa che mi fotte e anche una certa dose di presunzione congenita.
ma poi ho pensato, magari nessun bambino mi chiede il didgeridoo perchè nessun bambino sa cosa sia. così ieri, al turno del pomeriggio, ho portato il mio didgeridoo in negozio e, approfittando di una pausa tra una richiesta di gormiti e una di fatine winx (a proposito, COMPLIMENTI buffon, la tua è la pubblicità più trash del momento), mi sono prodotto in un'esibizione estemporanea.
quando ho riaperto gli occhi (ero preso al punto da chiudere gli occhi nel trasporto dell'esecuzione, abitudine di cui hornby parla con sospetto e diffidenza in about a boy) i clienti erano tutti accucciati per terra con le mani premute sulle orecchie.
– che cosa sta succedendo qui?? – ha gridato il direttore del reparto arrivando trafelato. un lembo della camicia gli sporgeva dalla giacca. secondo me stava cacando quando qualcuno l'ha avvertito dell'emergenza all'angolo di babbo natale.
babbo natale, cioè io.
– cosa diavolo è quell'affare?? – ha gridato quello, sempre coi due punti di domanda.
allora mi sono sentito in dovere di spiegare e di decantare la bellezza del didgeridoo. non mi rivolgevo direttamente al tizio, il mio discorso era più che altro rivolto ai bambini presenti.
– lo metta via subito! – ha intimato il caporeparto interrompendomi sul più bello.
stavo per spiegare le proprietà ipnotiche del suono emesso dal didgeridoo, che sulle prime può risultare molesto ma poi è capace di trascinare l'essere umano in una dimensione trascendentale.
– o sarò costretto a farla sbattere fuori – ha sibilato quello tra i denti, avvicinandomisi con fare minaccioso.
così, con la tristezza che mi riempiva il petto e mi fiaccava le gambe, ho messo da parte il mio didgeridoo.
ma poi è successo.
– voglio un tubo che fa "woooomwoooomwowooomwoooowoooom" – ha detto il primo bimbo ciccione che mi si è chiapponato sulle ginocchia osteoporotiche.
oh oh oh!, ho esclamato io con rinnovato vigore (il che mi ha fruttato un aumento in busta e il ritiro della nota di biasimo per l'incidente col didgeridoo).
– ma gianmattia – ha detto la madre stupefatta (almeno quanto lo ero io dopo aver sentito con che razza di nome ha marchiato a vita il figlio) – cosa te ne fai di quel coso?
cioè capisci, ha detto "quel coso". quanta ignoranza, madonna.
– ti spacco la minchia, mamma – ha detto quello con un sorrisetto da vero bastardo.
1-0, mamma, prendi questo. quel piccolo botolo di adipe chiapponato sulle mie ginocchia ora pareva pesare due grammi tanto lo stimavo (dentro di me, perchè per contratto non possiamo dire nient'altro ai piccoli che le frasi standard imparate a memoria, se non vogliamo rischiare denuncie per molestie. oggi il mondo va così).
la madre si è portata via il fan numero uno del didgeridoo pensando comunque di essere al sicuro. deve aver pensato: il bambino avrà pure chiesto quel coso ma io col cazzo che glielo compro.
beh, non si preoccupi signora, mi premurò di recapitare il regalo di persona, direttamente davanti alla porta di casa. e quando gianmattia lo vedrà, sarà fatica sprecata cercare di portarglielo via.
dopo gianchiappechiappone, molti altri bambini hanno richiesto il didgeridoo, tanto che ho saputo che una famosa casa di giocattoli ne sta preparando una versione economica per la vendita nei centri commerciali. e forse qui ho anche perso un'ottima occasione per sfruttare un bel bisiniss' nascente. non che mi importi granchè. resto un finto babbo natale schiacciato dal peso di bambini grassi e pasciuti fino alla vergogna, ma sono un uomo più sereno.
mercoledì 31 ottobre 2007
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maccheroni elettronici |
quando ti arrivano certe cose sulla scrivania, capisci che da qualche parte c'è qualcosa che non va. e anche se ti viene da ridere, dentro di te sai che è sbagliato. che dovresti prendere e andartene a casa.
tanti saluti a tutti e buonanotte.
che poi almeno non si atteggiassero. dico, se sei un buzzurro almeno evita di riempirti la bocca di aria fritta e spocchia a strafottere. e di firmare le mail con una sequela di qualifiche inutili tipo "friend of the web marketing manager assistant's mother-in-law". ma soprattutto evita gli errori nel testo, almeno i più grossolani per dio. e gli strafalcioni linguistici come quello che ha scatenato la mia indignazione:
dunque mi arriva questa busta sul tavolo. la busta è urgente, si capisce.
altro campanello d'allarme che dovrebbe risvegliare qualche coscienza, la parola urgente. è usata un po' per tutto, diciamolo. ho una fila lunga così di mail nella posta in ufficio con il cazzo di punto esclamativo rosso accanto. ! è urgente! se poi dopo l'ennesima mail con punto esclamativo, fai anche soltanto finta di sbattertene una volta tanto, ci pensa la testa di minchia di turno: «pronto? ciao, sai la mail che ti ho mandato trenta secondi fa? beh, sarebbe una cosa urgente». poi leggi e magari è, chessò, un messaggio per il fantacalcio aziendale.
allegata alla busta c'è la comunicazione.
e sì, perchè oggi funziona così.
stgvs ― «pronto? ho bisogno di questo, questo e quest'altro».
pincopalla ― «uhm, ok d'accordo, mandami una comunicazione».
stgvs ― «ma fino a ieri non ti serviva».
pincopalla ― «e lo so ma adesso mi serve».
stgvs ― «e se non te la mando?»
pincopalla ― «può anche essere che non ti faccio quello di cui hai bisogno».
stgvs (dopo un lungo silenzio di sbigottimento) ― «questo è un ricatto, lo sai vero?»
pincopalla ― ...
stgvs ― «ok, ti mando la comunicazione. però voglio che mi mandi una comunicazione in cui mi dici che da oggi in poi hai bisogno di una comunicazione, va bene?»
sulla comunicazione c'è una lista di materiale in arrivo, roba per una conferenza, cuffie, microfoni e cavetti di connessione vari. il tutto debitamente tradotto in english, of course.
così mi capita di leggere: earphones, microphones... e poi lo vedo, di sfuggita. penso, non può essere, avrò visto male. e invece no, c'è scritto davvero. earphones, microphones and... CAVETTIS OF CONNECTION. ebbene sì. cavettis.
beh, very well my friend, you have SPUTTANATED yourself soooo bad.
dedico il post a un grande del trash italiano recentemente scomparso, guido nicheli in arte dogui, il leggendario signor zampetti nei ragazzi della III C.
mi hai sempre fatto morire dal ridere. grazie.
domenica 21 ottobre 2007
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"elvis ha lasciato l'edificio" (per andare in salumeria) |
l'altra mattina, mentre la mia pulcina cercava disperatamente di dormire ancora per qualche minuto, io le canticchiavo sul cuscino il motivo di are you lonesome tonight? con aria da crooner consumato.
lei non ha apprezzato il mio bisbiglio vellutato e mi ha invitato a dirigermi altrove.
poco più tardi, dopo aver fatto colazione in paese, il re ci ha mandato un segno (clicca sull'immagine a lato).
il re è morto. viva il re.
sabato 15 settembre 2007
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blow-up (aka 'pornografia') |
questa sera mi trovavo in una nota multisala dell'hinterland milanese. curiosavo con cha nella vetrina di un negozio di gadgets cinematografici, in attesa di poter accedere alla sala per assistere al film dei simpson.
tra il casco di darth vader e l'action figure di jack sparrow, c'era una teca contenente il modellino scala 1:1000 delle twin towers (vedi immagine intera).
il modello è venduto in pezzi da assemblare. cha ha fatto una battuta riguardo la scatola piena di macerie e polvere.
ricostruisci le torri gemelle. oddio, un po' ci sono rimasto. non so cosa fosse peggio, se il plastico o la macabra action figure di john lennon nel suo periodo newyorkese (della cui scatola è visibile un particolare nella foto, a sinistra, dietro la teca col world trade center).
nobody told me there'd be days like these... strange days indeed.
il film sui simpson è stato uno spasso, forse anche perchè le aspettative erano basse. dopo aver visto qualcuno degli ultimi episodi, pensavo che ormai la banda di groening fosse alla canna del gas. mi sono dovuto ricredere. sketch azzeccati, quasi novanta minuti filati senza momenti morti.
ma ancora una volta, il meglio l'ha dato il pubblico.
poco prima che partisse il film, col buio in sala, un pirla seduto nelle prime file ha gridato: «xxx culo, culo chi non lo dice!». quel CULO gridato dalla sala mi risuona ancora nelle orecchie. non ho avuto la prontezza di unirmi al boato corale. è stato lì che ho realizzato come i miei anni da liceale siano irrimediabilmente andati.
e per finire, la ciliegina: a un certo punto sullo schermo è apparsa la scritta blow-up springfield, far saltare in aria springfield. ebbene, la tipa che mi sedeva accanto ha chiesto al suo ragazzo di tradurle la frase. quel pipparolo, che l'inglese l'ha imparato bene dai film porno, ci ha pensato su e poi ha sparato: «vuol dire risucchiare springfield».
*old pig*!
domenica 26 agosto 2007
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nazista di un comunista |
ieri sera ero a cena con d. e cha in un ristorante specializzato in cucina bavarese (davvero perfetta per una calda sera di fine agosto).
ci siamo presentati in ritardo sulla prenotazione, dopo aver speso diverso tempo alla ricerca di un parcheggio. pare che in città ci siano un sacco di posteggi destinati ai residenti e solo qualche buco a pagamento per noialtri pezzenti forestieri, quasi dovessero farci pesare il fatto di aver "deciso" di sistemarci nella tranquillità della provincia.
il locale - davvero molto kitsch - ricalcava alla perfezione certe locande tedesche vecchio stile, con le pareti tappezzate di legno dipinto con motivi floreali e slogan teutonici, mensole stipate di boccali di birra e stoviglie decorati, musica in sottofondo di dubbio gusto.
guarda - fa notare d. a un certo punto - c'è anche un busto del führer, la prima di una serie di esternazioni che potrebbero tranquillamente trovarsi in un ipotetico manuale delle cento cose da NON dire in un ristorante bavarese, tra cui:
- "allora, io prendo un piatto di spätzle e un ebreo" (sempre d.)
- "[...] c'era questo gruppo di tedeschi del cazzo" (cha)
senza contare che, qua e là, nella conversazione sono stati citati: i crucchi, la swastika, hitler, goebbels, leni riefenstahl e olympia.
in chiusura della serie di luoghi comuni, vari esempi di bon-ton, tra cui una bestemmia ad alta voce di d. (non che le altre tavolate fossero da meno, per rendere il livello di classe raggiunto dagli astanti) e un rutto gorgoliante di cha (con la mano elegantemente posata davanti alla bocca, credo forse più per *amplificare* il rumore, che per attenuarlo).
gonfi come scrofe, ci siamo rimessi in strada per raggiungere un cinema nei paraggi. davano sicko, il nuovo film di michael moore e 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni di cristian mungiu. siamo arrivati in cassa a un minuto circa dall'inizio di entrambe le pellicole, senza avere ancora le idee chiare riguardo a quale spettacolo assistere.
alla vecchia cassiera è bastato uno sguardo.
stargroves - allora, tre biglietti per...
vecchia cassiera - sicko.
stargroves (attimo di smarrimento, si volta verso i drughi, poi di nuovo verso la vecchia) - sì, sicko.
sulle prime non ci ho dato grande peso. poi però mi ha dato da pensare. cos'avrà suggerito alla vecchia cassiera che noi tre volessimo vedere moore anzichè mungiu?
forse l'abbigliamento casual/straccione da militante attivista?
se avessimo indossato giacche di tweed impregnate dell'odore del tabacco da pipa le cose sarebbero state diverse?
stargroves - allora, tre biglietti per...
vecchia cassiera - 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni.
stargroves (attimo di smarrimento, si volta verso i drughi, poi di nuovo verso la vecchia) - no, sicko.
vecchia cassiera - non credo proprio.
stargroves - ma..
vecchia cassiera - non con quei foulard al collo, non con quei cappelli di feltro. non con quest'aria da intellettuali da croisette.
stargroves - ma..
vecchia cassiera - fanno 15 euro.
stargroves - noi vogliamo..
vecchia cassiera - 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, 15 euro. grazie e arrivederci.
stargroves - ma..
vecchia cassiera - grazie e arrivederci.
oppure la sala dove proiettavano mungiu era vuota. in effetti quella del film di moore era gremita. piccola ma affollata. in ogni caso, dopo i trailer, nemmeno ci pensavo più.
il film non è male, a mio parere. cha si è fatto una dormitina di qualche minuto, prima che la risata sguaiata e decisamente esagerata del tizio che sedeva alla mia destra, lo facesse svegliare di soprassalto.
avrei preferito che moore non incappasse in facilonerie come quella di presentare i francesi, che godono dell'assistenza sanitaria statale gratuita a differenza degli americani, come un popolo benestante nonostante l'alta pressione fiscale, intervistando una coppia dal reddito complessivo di circa 7000 euro al mese. vedete? se la passano bene nonostante le tasse! grazie al cazzo. avrebbe potuto rendere il concetto in maniera più efficace interpellando un qualsiasi boulanger, piuttosto che un notaio o un avvocato.
e poi la faccenda di cuba, un finale troppo stucchevole con tutti quegli abbracci e manifestazioni di fratellanza a beneficio della telecamera.
in ogni caso un bell'affondo di moore alle maggiori compagnie assicurative americane e al governo degli stati uniti, degno delle precedenti stoccate alla general motors e alla national rifle association, portate con la stessa arguzia e mestiere (forte il suo esagerato stupore nella scena all'interno dell'ospedale inglese dove cerca invano uno sportello a cui rivolgersi per pagare l'assistenza medica o quella in cui è seduto in un locale con i suoi amici francesi che gli portano varie testimonianze sul sistema sanitario della loro patria).
il premio principi della serata va a d. e alla cameriera tedesca nana popputa:
d. (a fine pasto, prima del dessert) - ci porta ancora la lista?
cameriera - per manciare?
d. (dopo aver congedato la cameriera) - ma che cazzo di domanda è? cosa dovrei farci con la lista? pulirmici il culo?
chissà cos'avrebbe da dire a riguardo cristina parodi (per cui fra l'altro d. non ha mai nascosto un certo interesse: "uhm, io alla parodi due colpi glieli darei volentieri.")
venerdì 11 maggio 2007
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fart reynolds (aka "quel nano infame") |
molta gente impara a convivere con un segreto. vive la propria esistenza consumata dalla paura che tutto si riveli da un momento all'altro, gettando un'ombra di infamia ed ignominia sul proprio onore.
io non intendo vivere un minuto di più con questo peso sulle spalle, è giunto il momento di metterti al corrente di quanto successo. bada, è una questione di proporzioni tali da avere ripercussioni sul mio - e con molta probabilità anche sul *tuo* - equilibrio mentale.
insomma, è un sabato pomeriggio qualsiasi di qualche mese fa; torno all'ovile sfasciato come al solito, pronto per buttarmi in un angolo a morire d'inedia, quando mi avvicina mio padre.
padre - senti, dov'è finito il nano di ieri?
stgvs - come?
padre - il nano, quello che avevi sul letto ieri, che fine ha fatto?
faccio mente locale e ricordo di aver preso cucciolo dal nascondiglio dove è segregato da mesi ormai per lasciarlo in bella vista sul letto, così, per far fare due risate a chi fosse entrato in quel momento e l'avesse visto troneggiare sul mio letto, con la sua faccia da cazzo in bella mostra.
se solo avessi saputo, maledizione.
ah, qui ci sarebbe da fare una precisazione. io ODIO nel modo più assoluto i nani da giardino. non credo negli ideali del FLNG, sono più per lo sterminio totale di tutte queste merde di gesso. quindi p., per far sì che io sappia sempre quanto è forte il suo amore, me ne regala uno non appena ne ha occasione (e comunque non così spesso come vorrebbe).
stgvs - oh, quello. è nell'armadio.
padre - dammelo che lo mettiamo qui fuori.
stgvs - O_O
mia madre alza gli occhi al cielo.
rido nervoso.
stgvs - dici sul serio? (so benissimo che lo è. mio padre non scherza su certe cose.)
padre - ma sì, lo mettiamo qui, ci sta bene.
indica il mobiletto di legno che sta sul balcone.
stgvs - O_O' !!!
l'espressione del volto di mia madre dice chiaramente questo si è bevuto il cervello.
stgvs - io ODIO i nani, me li regalano proprio per questo motivo, perchè sono infimi e kitsch e io li odio.
padre (senza degnarmi della sua attenzione) - sì, lo mettiamo qui, sarà perfetto.
me ne vado disgustato.
mia madre sembra avere le idee chiare. quando mi consulto con lei per cercare di capire, asserisce serafica: sta impazzendo.
stgvs - cristo, non vorrai davvero che...
madre - è finita. l'unica è provare a far finta di niente. magari se ne dimentica.
stgvs - gasp! gosh.
cerco di farmi i fatti miei sperando che la cosa s'insabbi ma poco dopo mio padre si rifà vivo.
padre - allora, dov'è quell'affare?
stgvs - come?
padre - Il coso, il *nano*.
rassegnato, a spalle curve, apro l'anta dell'armadio ed afferro cucciolo per l'orecchio.
mio padre afferra il nano con uno strano bagliore negli occhi. è *inquietante*, mi si raggela il sangue.
lo seguo con terrore crescente ed assisto alla collocazione del nano sul balcone.
padre - sì, sta proprio bene.
stgvs - ...
padre - e poi qui guardano su tutti.
stgvs - ...
padre - che bello, va come sta bene.
me ne vado senza proferire parola, nella confusione totale.
padre (comparendo sulla porta della mia camera con quel bagliore sinistro ancora negli occhi) - che nano è quello? pisolo?
stgvs - no, dovrebbe essere cucciolo.
padre - ma non mi sembra proprio.
mentre lo seguo di nuovo verso il balcone, non posso credere di condurre veramente questa conversazione.
stgvs - ho proprio idea che si tratti di cucciolo. gli altri nani hanno tutti la barba, questo non ce l'ha e ha i vestiti larghi... è il più odioso di tutti.
padre - sì, hai proprio ragione, è cucciolo.
stgvs - ...
padre - ah, come sta bene!
e questo è tutto. da allora il nano prospera in casa mia, ricettacolo di ogni presenza maligna di passaggio. il suo peso aumenta di giorno in giorno, mio padre - ormai schiavo di quella creatura - ha dovuto rinforzare il mobiletto già due volte. l'aria attorno al nano è satura di un odore acre e pungente (ma forse è solo l'ascella del vicino). a nulla valgono le mie continue preghiere ed invocazioni.
vorrei solo buttarmi di sotto ma non saprei come fare. non ho davvero il coraggio di mettere di nuovo piede su quel balcone.
