- uè, sabato c'è il concerto di xxxxxxx, si va?
- bello, sì!
- prendo i biglietti
- vai
il concerto, l'esperienza ancestrale che riporta ogni uomo alla sua condizione naturale di organismo pluricellulare dominato dalle proprie viscere prima ancora che dal proprio intelletto (nei rari casi in cui questo sia effettivamente possibile).
le prime forme di intrattenimento musicale risalgono effettivamente all'età della pietra, quando gli strumenti a disposizione dell'uomo per esprimere le proprie facoltà musicali erano alquanto ridotti, così come le capacità di esecuzione (essenzialmente non ci si schiodava da uno zoppicante 4/4, caratteristica mantenuta nei secoli da migliaia di band di musica rock, ossia - non a caso - roccia).
i concerti, non ancora intesi come puro intrattenimento, all'epoca avevano una funzione specifica, a seconda dell'occasione: caricavano gli uomini prima di una battuta di caccia particolarmente impegnativa o prima di uno scontro con i guerrieri di una tribù nemica, oppure ancora celebravano un lieto evento, propiziavano il raccolto e omaggiavano la divinità (o il suo contraltare, nel caso dei sabba). in ogni caso queste espressioni musicali all'epoca non duravano molto (circa il doppio di un concerto dei ramones, per intenderci).
è interessante notare come, se da un lato il concetto di concerto si è evoluto negli anni, affrancandosi da qualsiasi contesto contingente per diventare un evento a sè stante, ricco di significati intrinsechi (uno su tutti: vendere bruttissime magliette del gruppo che si esibisce, a circa un terzo del prezzo delle altrettanto bruttissime magliette del merchandising ufficiale - che uno dice, e dove sta la fregatura? semplice, dopo il terzo giro di centrifuga in lavatrice, i disegni e le scritte sulla maglietta non ufficiale si scrostano rivelando il faccione di enzo ghinazzi in arte pupo, con le date del tour in mongolia del 2002), è altrettanto vero che, con il passare delle epoche, i frequentatori abituali di questi congressi non hanno mai mutato le proprie caratteristiche peculiari.
il posseduto:
il soggetto in questione prende il concerto come una buona scusa per sfogare le proprie frustrazioni represse. preferisce abitare le zone calde della folla, staziona abitualmente tra le prime file di un concerto di musica roccia, dove potrà approfittarsi di qualsiasi accenno della sezione ritmica per scatenarsi nel pogo, il rituale selvaggio attraverso il quale i posseduti, guidati - va detto - esclusivamente dalle proprie viscere, mostrano di apprezzare il concerto schiantandosi l'uno contro l'altro con crescente vigore. il posseduto sta a un concerto come un hooligan sta a un evento sportivo.
il posseduto si riconosce al termine di un concerto perchè è solito mostrare compiaciuto le proprie tumefazioni mentre agita il pugno in cui ha raccolto i propri molari.
il cantante mancato:
si mimetizza tra la folla, apparentemente comune spettatore, spesso trae in inganno per i suoi modi schivi e dimessi ma al dunque rivela la sua natura insidiosa, ai danni dei malcapitati che si trovano nel suo raggio d'azione (da cinquecento metri a qualche chilometro, a seconda della preparazione). il soggetto in questione è uso cantare a squarcia gola, dotato di una potenza vocale invidiabile, sopra ogni singola nota emessa dal cantante ufficiale, stonando irrimediabilmente.
se volevo sentirti cantare, venivo a casa tua e infilavo le monetine nel culo a jukebox di tua moglie, testa di cazzo.
il ballerino mancato:
parente stretto del soggetto di cui sopra, il ballerino mancato non concepisce di trovarsi in un luogo in cui viene suonata musica (qualsiasi genere), senza prodursi in squallidi e tristi passetti di danza. il ballerino mancato è scoordinato e non è solito ascoltare la musica prodotta nell'istante in cui balla. l'importante è che ci sia una base su cui ballare (va bene anche quando il gruppo accorda gli strumenti).
lo sforzo prodotto dal soggetto in questione è notevole, sono stati registrati parecchi decessi in questa categoria nel corso degli anni, con picchi notevoli nei prolissi anni '70 (nel 1975 un ballerino mancato diminuì la propria massa corporea del 70% ballando ostinatamente su un assolo di batteria di john bonham della durata di tre quarti d'ora)
la sfinge:
è molto interessato all'esibizione ma non gradisce il contesto. in genere è a disagio nel dover condividere l'evento con le altre categorie e, più in generale, con altri esseri umani. si stabilisce nelle retrovie, a scapito della visuale. preferisce i concerti nei teatri, dove si sta seduti e si gode spesso di un'acustica (e una visuale) nettamente migliore. di solito sembra trovarsi al concerto per caso. la sua principale caratteristica risiede nel fatto che il suo atteggiamento non lascia trasparire alcun tipo di coinvolgimento emotivo per l'esibizione. i suoi piedi sono ben saldi al pavimento e le braccia stese lungo i fianchi oppure conserte, lo sguardo è penetrante, a metà tra il contemplativo e il "ma che cazzo stanno facendo quei tizi in piedi lassù?"
in rare occasioni mostra un minimo di partecipazione (batte il tempo con il piede o dondola leggermente la testa a ritmo) ma in ogni caso non va oltre l'applauso (e solo quando pensa che il gruppo lo meriti veramente).
latin lover:
che sul palco si stia esibendo un raffinato trio jazz piuttosto che un gruppo di percussionisti napoletani incazzati non fa alcuna differenza, questo soggetto si trova al concerto per un'unica ragione, la stessa per cui frequenta altri tipi di ritrovi mondani: la fica.
non fa molta differenza nemmeno il soggetto con cui si accompagna, uomo, donna, scaldabagno, top-model, topocane, il latin lover insidierà la propria preda dalla prima all'ultima nota, traendo un certo piacere dall'esibire le proprie capacità amatorie in pubblico.
non è raro che questo soggetto si allontani dal luogo del concerto ignaro di accompagnarsi a una persona diversa da quella con cui si era presentato.
- oh, forte oh!
- figata vera
- madò..
- eh, sì.. però minchia, un caldo
- vero, poi oh, ma si può che devono sempre suonare così forte?
- perchè conosciamo le canzoni, se no col cazzo che si capiva
- eh, comunque bello, no?
- 'somma, sì..
- no?
- eh..
- ...
- quanto pelo!
martedì 22 febbraio 2011
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gran concerto |
domenica 11 maggio 2008
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goo |
ecco disponibile in streaming un nuovo pezzo, RAVING GULLIVER
hey doctor gulliver, open your medicine chest
you still don't know what hell of a trip you're going to make
on your ship, asleep and stoned on ether fumes
the water is so dark it seems to sail through petrol dunes
raving doctor gulliver
hey doctor gulliver, you can't go lower than this
the best you can do now is waving your arms and stop to sink
nailed to the ground, you can't move, you can hardly try
little men inside your head are staring at you petrified
critiche e commenti bene accetti. buon ascolto.
stgvs
martedì 15 aprile 2008
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sette anni fa un tumore al sistema linfatico si portava via joey ramone, storica voce dei ramones, un uomo che non ha mai smesso di "sventolare la sua bandiera freak", nonostante abbia avuto la vita contro, dall'inizio alla fine.
aveva solo 49 anni.
qualche mese prima di andarsene, scivolò su una lastra di ghiaccio fuori dallo stabile dove alloggiava all'epoca, rompendosi un'anca. stette sdraiato per una vita, immobilizzato dal dolore, mentre la gente gli passava accanto indifferente, scambiandolo per un tossico o chissà che. per il suo aspetto. per i lunghi capelli arruffati che gli coprivano il volto, allora come mille altre volte prima di allora, in uno degli innumerevoli concerti tenuti con la sua band. e per quel viso, già di per sè poco aggraziato, trasfigurato dal dolore.
e nonostante tutto, credo, non deve aver mai perso fiducia nella gente, almeno nella sua gente, a cui dedicò il titolo del suo primo - e ultimo - disco solista, dopo trent'anni di carriera col gruppo, don't worry about me e la splendida cover di what a wonderful world di louis armstrong.
un inguaribile ottimista, non c'è che dire.
domenica 13 aprile 2008
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echi |
strangers passing in the street/ by chance two separate glances meet /and i am you and what i see is me (echoes, pink floyd).
lunedì 31 marzo 2008
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bo(r)ia d'autore |
è ufficiale: antonello venditti ce le ha proprio in giostra.
pare che dopo aver saputo della trovata dell’onorevole giuseppe drago dell’udc - il quale avrebbe utilizzato proprio una canzone di venditti in apertura della sua campagna elettorale in quel di ragusa - antonello abbia mollato la forchettata di maccheroni nel piatto con sdegno e, dopo essersi pulito la bocca col tovagliolo, sia sbottato in un liberatorio: "e mo bbasta!"
l'indignazione del sor venditti ha tuonato e risuonato attraverso le principali testate giornalistiche del paese, condannando tutti quelli che lo avrebbero depredato della sua arte per interessi commerciali e politici.
e io, che prima di tutto rappresento il pensiero dell'uomo della strada (crudo e anche un po' puttano), dico che ci può stare, finchè uno se la prende con l'onorevole drago che ha di fatto strumentalizzato la canzone di venditti, associandola al proprio credo politico (e infrangendo il copyright depositato).
ma venditti poi, col maccherone di traverso, ha alzato il tiro e ha sparato a zero su tutti i registi e registucoli rei di essersi appropriati delle "sue" parole per sbancare il botteghino.
apre la fila dei furbacchioni il regista gabriele muccino, colpevole di aver intitolato uno dei suoi film come una canzone di venditti, "ricordati di me".
c'è da dire che per quel film un altro cantautore, pacifico, scrisse un pezzo con lo stesso titolo, dimostrando così che la frase "ricordati di me" non appartiene a nessuno in particolare e anzi, credo proprio fosse già in uso prima che antonello venditti se ne venisse al mondo.
la strage continua citando un altro regista, fausto brizzi, che ha avuto la sfrontatezza di chiamare il suo film "notte prima degli esami", esattamente come il grande successo di venditti. il quale, se ben ricordo, in quell'occasione venne anche contattato dal regista e cantò pure la canzone in occasione della prima.
il problema è venuto dopo, quando brizzi ha pensato di realizzare "notte prima degli esami 2", senza contattare venditti e chiedere il permesso, secondo le parole del cantautore romano.
ma chiedere il permesso a chi? e di cosa poi??
molte esternazioni di venditti riguardo questa quisquilia mi hanno ricordato vagamente il don vito del padrino: "ma che feci, bonasera? che ti feci mai per meritare questa mancanza di rispetto?"
e poi il colpo finale, un altro film battezzato con le parole dell'antonello nazionale: "questa notte è ancora nostra", da poco nelle sale. filmetti, d'accordo ma nessuno che si sia degnato anche solo di avvisarlo, il povero venditti.
perchè, diciamoci la verità, in effetti non se lo caga mai nessuno, nemmeno per questioni che lo riguardano in prima persona (nella fiction sull'amico rino gaetano, ad esempio, antonello è stato presentato come chitarrista, quando il suo strumento è da sempre stato il pianoforte, dettaglio sottolineato da venditti stesso in diverse interviste), figuriamoci per delle citazioni, se proprio vogliamo parlare di citazioni, perchè ancora sono del parere che le frasi "ricordati di me", "notte prima degli esami" ecc. siano proprietà di chiunque senta il bisogno di utilizzarle.
venditti, nel tentativo di nobilitare la propria protesta, cita i red hot chili peppers che di recente hanno intentato causa verso un serial televisivo intitolato "californication", come il loro album del 1999. anche qui la cosa sarebbe da sviscerare per bene ma è un discorso diverso perchè coinvolge un neologismo non presente nel vocabolario inglese, nè di uso comune, su cui quindi la band può far valere i propri diritti.
in conclusione, secondo il parere di don antonello, questi ladruncoli di bassa lega, sfruttatori e sanguisughe, avrebbero potuto almeno omaggiarlo di una citazione come fonte di ispirazione per il lavoro. sarebbe bastato, dice.
invece io credo che nè i film di muccino, nè quelli di brizzi, genovese e miniero abbiano recato danni di alcun tipo al cantautore. anzi, forse qualche ragazzino potrebbe essersi ritrovato a fischiettare uno dei motivetti succitati, sentendo il bisogno di comprare il disco (ok, questo è poco probabile ma è possibile, quantomeno).
il solo fatto di aver utilizzato le sue parole è un omaggio a venditti, perchè se fosse stata solo una questione commerciale, forse i registi in causa si sarebbero rivolti ad artisti attualmente più in voga.
e se proprio vogliamo continuare su questa strada, potremmo ricordare alcuni brani del nostro, uno su tutti "prendilo tu questo frutto amaro", più che altro una cover di "bitter fruit" di "little" steven van zandt, chitarrista della e-street band di springsteen e interprete del leggendario silvio dante dei soprano. a quanto pare il nome di van zandt non compare nei crediti dell'album.
si dice che little steven, incalzato da un giornalista che gli chiedeva perchè non avesse fatto causa per il plagio, abbia risposto serafico che "con certa gente non vale nemmeno la pena di andare al cesso, figuriamoci in tribunale" (e se avete presente silvio dante dei soprano, vi starete anche immaginando la sua faccia adesso. sì, proprio questa).
p.s. stavo anche pensando di intitolare il post usando le parole di venditti ma guarda un po', ho usato parole mie. anzi, parole di tutti.
mercoledì 19 marzo 2008
domenica 9 marzo 2008
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piccolo. spazio. pubblicità (AKA "ringo people") |
non so dire quanto ho impiegato perchè l'ascolto di all you need is love non mi rimandasse immediatamente alla memoria quel cazzo di stranamore.
da qualche tempo c'ero pure riuscito, in ogni caso. love, love, love, già, e in testa mi affioravano le immagini del collegamento in mondovisione dei beatles, direttamente da uno dei dvd della beatles anthology, con quel bianco e nero che, come per magia, vira in colore, il colore brillante e kitsch proprio degli anni sessanta.
e poi oggi, d'un tratto, riecco quel fottuto camper, perso per sempre nei ricordi remoti di una domenica sera su canale 5, con la buonanima del dottor castagna. poi la trasmissione è finita a far muffa su rete4 e non se l'è cacata più nessuno, in definitiva.
nel giro di cinque minuti, a pranzo, con la tv accesa (brutta abitudine, lo so), i beatles hanno imperversato nella pubblicità più di quanto ne avessimo (ne avessero?) bisogno.
spot TIM: dei bambini cantano una sguaiata versione di all together now.
dico a mia madre: "non diresti mai che questi sono i beatles".
in effetti lei è incredula e sono costretto a confermarle che sì, si tratta di un pezzo dei beatles.
sicuramente di maccartney, aggiunge mio fratello. e sì, confermo anche questo.
al che cha puntualizza che non poteva essere altrimenti, visto che tutte le più sfacciate cagate inglesi prodotte dal quartetto portano la sua firma. come dargli torto.
non passa poco che per un altro spot riecheggiano le note di here comes the sun.
mi rivolgo di nuovo a mia madre: "e non diresti mai che anche questi..."
lei sorride, come se la mia fosse una battuta. ma non lo è, spiego, sono i beatles anche questi, anzi, questo è george harrison, in uno dei suoi purtroppo rari momenti di grazia.
e poi eccolo, a chiusura del blocco di spot, il maledetto camper con la scritta rossa nera e gialla. e l'inconfondibile sottofondo.
"e non diresti mai che questi sono..."
mia madre sorride, questa la sa anche lei. però non sa chi l'ha scritta. beh, dico, le canzoni dei beatles sono accreditate quasi tutte a lennon/maccartney ed in effetti in alcuni pezzi, spesso nella prima produzione, c'è effettivamente l'apporto di entrambi. però all you need is love è una creatura di lennon, dispute a parte.
"manca solo una di ringo", faccio notare con piglio sardonico.
"anche ringo scriveva canzoni?" chiede mia madre.
"più che altro delle merdate", è la mia impietosa replica.
cha mi chiede qualche titolo e ne pesco un paio dalla memoria, don't pass me by e octopus's garden.
"non se le ricorda nessuno", infierisco. e un po' mi sento in colpa perchè alla fine ringo è un buono, uno sfigato simpatico e compagnone e non se lo merita per niente. specie da un signor nessuno come il quippresente.
e adesso che ci penso almeno lui può vantarsi di non essere associato a nessuna pubblicità idiota, cosa che i suoi illustri colleghi, a quanto pare, proprio non possono permettersi.
giovedì 24 gennaio 2008
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il valium è acqua passata |
i baustelle sono in radio (e in heavy rotation su mtv) da un po' col singolo charlie fa surf, anticipazione di amen, album in uscita il primo febbraio.
il pezzo è orecchiabile e il testo funziona, almeno per i primi ascolti. coi suoi vari riferimenti alle droghe sintetiche, potrebbe benissimo diventare un inno per tutti quelli che, siccome hanno tra i 15 e i 25 anni, si sentono in dovere di farsi di qualsiasi cosa passi loro sotto mano.
sotto quest'ottica, sembra che i baustelle abbiano raccolto il testimone dei prozac+ (paroxetina, fluoxetina, siamo lì), che dieci anni fa trattavano le stesse tematiche. tuttavia, proseguendo nell'ascolto, s'intuisce una presa di posizione differente, come se, attraverso charlie, i baustelle si accanissero sulle nuove leve, suggerendo - con esagerata cattiveria - di usare maniere forti nei loro confronti (se charlie fa skate non abbiate pietà, crocifiggetelo, sfiguratelo in volto con la mazza da golf). dal contrasto tra strofa e ritornello risulta un effetto tragicomico che ben si accompagna all'andamento brioso del pezzo.
dal punto di vista musicale, trovo ci siano diverse analogie tra charlie e il pezzo dei cribs, mirror kisser, di qualche anno fa (che poi è il vero motivo per cui ho scritto il post, prima di incartarmi sul significato del testo, che alla fine si riduce a due parole ad effetto, messe lì giusto per fare colpo e aiutare il singolo a trainare bene l'album di prossima uscita, lo sanno tutti).
e non è finita: per festeggiare, offro coca cola con l'aspirina a tutti! e tra dieci minuti voglio vedervi tutti in acido! (cit.)
giovedì 3 gennaio 2008
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family ties |
dieci anni fa o giù di lì, decisi che i miei genitori avrebbero dovuto assolutamente vedere una VHS che mi aveva cambiato la vita. si trattava di *clerks*, il successo indipendente di kevin smith.
smith, dal canto suo, non sarebbe più riuscito a girare niente di simile. dialoghi serrati senza censura, situazioni surreali, eroi suburbani sfigati in cui identificarsi.. se i miei avessero voluto capire chi fossi veramente, non avrebbero dovuto fare altro che guardare quel film.
lo videro il film, mentre io sedevo accanto a loro, ridendo nei punti giusti e buttando contemporaneamente un occhio per sondare le loro reazioni.
che dire, non reagirono molto. non la presero male, solo ricordo che obiettarono per il linguaggio. pensai fosse strano, dal momento che il frasario in casa mia non è mai stato particolarmente delicato (ma forse dieci anni fa non era ancora così ovvio sentire certe cose in TV).
mi chiesi se non fosse quello il famoso gap generazionale.
gli anni sono passati, sono cambiate tante cose, anche se per me e per altri come me non sono cambiate come ci si aspettava. ed ecco *clerks 2*, in cui smith fa rivivere i suoi antieroi per un altro giorno.
e stasera i miei hanno guardato pure quello. di loro iniziativa, vorrei sottolineare. e hanno riso di gusto, per jay e bob, i due spaccia redenti. hanno riso per pio bernardo, il troll vaginale. e sì, hanno riso pure per l'asino show ("erotismo interspecie, cazzone!").
mi sono fermato a guardarlo assieme a loro, nonostante l'avessi già visto diverse volte. ridevo anche io ma più per l'assurdità del momento che per le battute del film. voglio dire, stavo guardando assieme ai miei un gruppo di persone assistere ad un amplesso tra un ciccione mascherato e un asino. mi aspettavo una reazione indignata, un cambio di canale quantomeno. invece hanno riso.
che significa? forse che il gap generazionale è sparito di colpo?
poi il film è finito e io mi sono sentito addosso un fastidioso senso di malinconia, mentre loro continuavano a ridere ricordando le scene più idiote.
nemmeno rammentavano di aver visto il primo film, dieci anni prima. gliel'ho dovuto dire io. non hanno colto i vari riferimenti disseminati nel corso della pellicola, nel finale in particolare: il telo con la scritta i assure you we're re-open; becky che cambia lo stesso neon che dante cambia nel primo film; il cartello sulla cassa del quick-stop che dice if you plan to shoplift, please let us know; randal che nella versione originale dice a dante "you're not even supposed to be here today", riprendendo la battuta di dante nel primo film (che apre anche il disco della colonna sonora, in testa a clerks dei love among freaks, il micidiale tema di apertura del primo clerks); la signora che si vede negli ultimi secondi, quella che cerca il cartone del latte con la scadenza più lontana (forse la madre di smith).
è un po' come assistere ad uno spettacolo di moni ovadia senza comprendere fino in fondo l'umorismo yiddish. ci ho provato un paio di volte. rido, sì, ma per metà del tempo forse sto solo facendo finta di divertirmi o comunque non mi sto divertendo per i motivi giusti. e comunque mi sento terribilmente stupido.
i miei ridevano mentre io sentivo la faccia bruciarmi e il petto gonfiarsi di malessere, durante la scena in cui dante vaga per le strade di leonardo, new jersey, mentre 1979 degli smashing pumpkins suona in sottofondo. una cosa del genere i miei non potrebbero mai capirla, come io non potrei mai capire come si sentono quando in TV passano ancora film tipo il sorpasso, per dirne uno.
finale alternativo di "clerks", 1994
sabato 15 dicembre 2007
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gino è una bestia (aka "jingle bells") |
il mio nuovo lavoro stagionale come babbo natale all'ipercoop, mi permette diversi benefit, tra cui la possibilità di godere di forti sconti su tutti gli articoli in promozione natalizia in vendita nei negozi della catena. la condicio sine qua non perchè io usufruisca di questa facilitazione è che mi presenti alla cassa col costume di babbo natale, lo stesso che uso in orario di lavoro. come se a questo punto mi fregasse qualcosa di fare figure da cazzo con la gente.
l'altra sera ero talmente sfatto che sono sceso al bar vestito ancora in giacca rossa con finiture di pelo bianco e barba posticcia. mi sono appoggiato al bancone senza potermi sedere, perchè dopo un turno di sei ore filate, a forza di tenere bambini ciccioni sulle ginocchia a ritmo di uno ogni due minuti, le chiappe mi si sono gonfiate in modo spropositato e mi si sono pure tagliate in mezzo (ma il dottore ha detto che quella probabilmente è una vecchia ferita).
sembravo un incrocio tra dan aykroyd vestito da babbo natale ubriacone nel classico natalizio una poltrona per due (che molto probabilmente nelle prossime tre settimane trasmetteranno a ciclo continuo e anche a reti unificate subito dopo il discorso di napolitaner) e il billy bob thornton di babbo bastardo (quello che nella scena clou del film s'inchiappetta una grassona nel camerino del grande magazzino dove lavora come babbo natale esclamando: "sì, baby, non riuscirai a cagare per una settimana!").
– lo sai? è anche grazie a gente come te se ho smesso di amare il fottuto natale – mi ha detto il barista in tono acido.
l'ho guardato per un po' e poi ho ruttato. che altro avrei dovuto fare? credevo di essere solo un'icona kitsch e invece mi ritrovo ad incarnare lo spirito di una festa morta, fagocitata dalla farsa del consumismo.
– mamma, babbo natale sta bevendo un scotch doppio al bancone! – ha bisbigliato un nanetto tirando la gonna della madre etilica allo stadio terminale.
m'è venuto da pensare che portarsi il figlio in un posto come questo non è granchè educativo. ma neanche portarlo all'ipercoop sulle ginocchia di un finto babbo natale per chiedere regali – che nella maggior parte dei casi sono delle cazzate tremende – lo è.
mai nessuno che chieda qualcosa di anche solo lontanamente interessante, per dire. chessò, non ho mai sentito un bambino che mi chiedesse di portargli, la butto lì, un didgeridoo, quell'affare che sulle prime sembra un grosso chillum da erborista esibizionista, ma che invece va usato al contrario. viene dagli aborigeni australiani che lo intagliavano dalle piante di eucalipto e se ci soffi dentro produce quel bordone ipnotico da cui prende il nome lo strumento.
io, ad esempio, da piccolo mi sarei divertito di bestia con un affare del genere a disposizione. comunque nessun bambino mi ha mai chiesto un didgeridoo, ecco. non che glielo avrei portato, voglio dire, il mio lavoro consiste nell'ascoltare le loro richieste e rispondere con frasi standard tipo: oh oh oh, sarai accontentato, piccolo! buon natale! oh oh oh (l'oh oh oh è per contratto, io ne farei volentieri a meno, ma mi pagano un tot ogni oh). poi morta lì, non è che devo anche portargli i regali a casa. nel colloquio con il direttore del personale dell'ipercoop ho tenuto che fosse messo nero su bianco. non si è mai troppo prudenti con questi contratti capestro. finisce che da qualche parte in piccolo c'è una clausola che t'inchiappetta e ti ritrovi la notte del 24 ancora vestito da babbo natale, con un sacco pieno di avanzi di magazzino dell'ipercoop in spalla, a fare il giro dei dormitori e dei centri di accoglienza per i disadattati. non sono tagliato per il volontariato, io. è il senso di colpa che mi fotte e anche una certa dose di presunzione congenita.
ma poi ho pensato, magari nessun bambino mi chiede il didgeridoo perchè nessun bambino sa cosa sia. così ieri, al turno del pomeriggio, ho portato il mio didgeridoo in negozio e, approfittando di una pausa tra una richiesta di gormiti e una di fatine winx (a proposito, COMPLIMENTI buffon, la tua è la pubblicità più trash del momento), mi sono prodotto in un'esibizione estemporanea.
quando ho riaperto gli occhi (ero preso al punto da chiudere gli occhi nel trasporto dell'esecuzione, abitudine di cui hornby parla con sospetto e diffidenza in about a boy) i clienti erano tutti accucciati per terra con le mani premute sulle orecchie.
– che cosa sta succedendo qui?? – ha gridato il direttore del reparto arrivando trafelato. un lembo della camicia gli sporgeva dalla giacca. secondo me stava cacando quando qualcuno l'ha avvertito dell'emergenza all'angolo di babbo natale.
babbo natale, cioè io.
– cosa diavolo è quell'affare?? – ha gridato quello, sempre coi due punti di domanda.
allora mi sono sentito in dovere di spiegare e di decantare la bellezza del didgeridoo. non mi rivolgevo direttamente al tizio, il mio discorso era più che altro rivolto ai bambini presenti.
– lo metta via subito! – ha intimato il caporeparto interrompendomi sul più bello.
stavo per spiegare le proprietà ipnotiche del suono emesso dal didgeridoo, che sulle prime può risultare molesto ma poi è capace di trascinare l'essere umano in una dimensione trascendentale.
– o sarò costretto a farla sbattere fuori – ha sibilato quello tra i denti, avvicinandomisi con fare minaccioso.
così, con la tristezza che mi riempiva il petto e mi fiaccava le gambe, ho messo da parte il mio didgeridoo.
ma poi è successo.
– voglio un tubo che fa "woooomwoooomwowooomwoooowoooom" – ha detto il primo bimbo ciccione che mi si è chiapponato sulle ginocchia osteoporotiche.
oh oh oh!, ho esclamato io con rinnovato vigore (il che mi ha fruttato un aumento in busta e il ritiro della nota di biasimo per l'incidente col didgeridoo).
– ma gianmattia – ha detto la madre stupefatta (almeno quanto lo ero io dopo aver sentito con che razza di nome ha marchiato a vita il figlio) – cosa te ne fai di quel coso?
cioè capisci, ha detto "quel coso". quanta ignoranza, madonna.
– ti spacco la minchia, mamma – ha detto quello con un sorrisetto da vero bastardo.
1-0, mamma, prendi questo. quel piccolo botolo di adipe chiapponato sulle mie ginocchia ora pareva pesare due grammi tanto lo stimavo (dentro di me, perchè per contratto non possiamo dire nient'altro ai piccoli che le frasi standard imparate a memoria, se non vogliamo rischiare denuncie per molestie. oggi il mondo va così).
la madre si è portata via il fan numero uno del didgeridoo pensando comunque di essere al sicuro. deve aver pensato: il bambino avrà pure chiesto quel coso ma io col cazzo che glielo compro.
beh, non si preoccupi signora, mi premurò di recapitare il regalo di persona, direttamente davanti alla porta di casa. e quando gianmattia lo vedrà, sarà fatica sprecata cercare di portarglielo via.
dopo gianchiappechiappone, molti altri bambini hanno richiesto il didgeridoo, tanto che ho saputo che una famosa casa di giocattoli ne sta preparando una versione economica per la vendita nei centri commerciali. e forse qui ho anche perso un'ottima occasione per sfruttare un bel bisiniss' nascente. non che mi importi granchè. resto un finto babbo natale schiacciato dal peso di bambini grassi e pasciuti fino alla vergogna, ma sono un uomo più sereno.
domenica 21 ottobre 2007
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"elvis ha lasciato l'edificio" (per andare in salumeria) |
l'altra mattina, mentre la mia pulcina cercava disperatamente di dormire ancora per qualche minuto, io le canticchiavo sul cuscino il motivo di are you lonesome tonight? con aria da crooner consumato.
lei non ha apprezzato il mio bisbiglio vellutato e mi ha invitato a dirigermi altrove.
poco più tardi, dopo aver fatto colazione in paese, il re ci ha mandato un segno (clicca sull'immagine a lato).
il re è morto. viva il re.
martedì 16 ottobre 2007
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fortune teller (aka "effetti collaterali cinematografici") |
molti bambini sognano di diventare grandi, senza considerare (e come potrebbero) le innumerevoli implicazioni del loro desiderio. io, tanto per distinguermi, interiorizzai a tal punto la volontà di crescere da esserne terrorizzato. per diverso tempo infatti, da piccolo credetti di essere affetto da progeria, una sindrome degenerativa che comporta un rapido invecchiamento del fisico (ma non della mente).
non so cosa me lo facesse credere (ho sempre dimostrato la mia età, se non addirittura qualche anno di meno) ma penso di sapere perchè. sospetto sia stata tutta colpa di un film - che probabilmente non vidi nemmeno, forse me lo raccontarono soltanto - in cui un tizio affetto da progeria dà fuori di matto e decide di far fuori chiunque gli capiti a tiro.
per quello che ne potevo sapere io, la furia omicida poteva essere una delle conseguenze della malattia. dunque non stavo solo rapidamente invecchiando ma presto avrei anche ucciso la mia famiglia.
poi arrivò tom, il tom prima maniera, quello che avevo imparato a conoscere in una serie TV intitolata henry e kip (dall'originale bosom buddies, che da noi suonerebbe tipo "i compagni tette"), in cui lui e un suo amico si travestono da donne per abitare in un pensionato femminile.
nel film di tom c'è un bambino mingherlino e anche un po' bruttino se vogliamo dirla tutta, che una sera esprime il desiderio di diventare adulto ad una macchina a gettoni del luna-park e la mattina dopo si sveglia nel corpo di tom hanks. solo che la gente non lo riconosce, perchè all'epoca tom doveva ancora girare i grandi successi che gli avrebbero dato fama e lustro planetari.
non sapevo cosa fosse peggio, se invecchiare prematuramente ed impazzire, uccidendo barbaramente i miei cari o svegliarmi nel corpo di, chessò, benicio del toro, dieci o quindici anni prima di traffic, brutto e povero (ho preso del toro perchè è uno con cui non farei a cambio. se mi svegliassi nel corpo di, per andare sul sicuro, brad pitt anche dieci o quindici anni prima di sleepers non sarebbe un grosso problema, anzi).
poi arrivò michael e con la pubertà accantonai definitivamente il discorso progeria per gettarmi in un altro inferno, un tantino più subdolo e possibile: il parkinson.
avevo visto michael diventare un fighissimo lupo mannaro (metafora dell'adolescente che si fa uomo) e volevo anch'io surfare sul tetto di un'auto in corsa, sulle note di surfin' USA; lo avevo visto fare avanti e indietro nel tempo su una vecchia delorean, usare il suo acume e il suo incredibile ingegno per fare carriera in una grande città (nell'evoluzione naturale del personaggio di alex keaton).
e poi all'improvviso, scosso dai tremori, annunciava di essere affetto dal morbo di parkinson. tutto era cominciato - raccontava - con un tremore al mignolo, durante le riprese di doc hollywood. inutile dirlo, presi ad interpretare il minimo spasmo muscolare come un sintomo della malattia, l'inizio della fine.
per farla breve, non sono mai stato affetto da progeria o dalla sindrome di werner e, se dio vorrà, non dovrò avere a che fare col parkinson ancora per un bel pezzo. ma i film, quelli saranno sempre in agguato e quando meno me lo aspetterò, sarò di nuovo in un bagno di sudore, con gli occhi spalancati nel cuore della notte, in pieno attacco cardiaco, pregando con tutto me stesso di non essermi svegliato nel corpo di renato pozzetto.
lunedì 24 settembre 2007
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(prove tecniche di trasmissione) |
potrei parlare di tante cose, di un tizio che l'altro giorno doveva vendermi un divano e che più che altro si mostrava preoccupato del fatto che qualcuno potesse mettersi fuori dal suo negozio fino a che non fossero state soddisfatte le proprie richieste (- vedi, se io ti faccio un divano di merda, tu poi ti piazzi lì fuori fintanto che non te ne faccio uno come si deve -, oppure - vedi, se io te lo ricopro con un tessuto scadente, tu poi ti piazzi lì fuori fintanto che non te lo cambio - e così via).
potrei parlare di quel tale a cui cha doveva vendere della roba, che ci ha confessato di gradire particolarmente il fatto di avere il pisello duro mentre si fa tagliare i capelli.
potrei raccontare della mia draghina e di quegli stronzi che le hanno ripulito il portafoglio in un "seminterrato" di monza.
potrei parlare del fatto che c'è ancora gegia in TV e, dopo tutti questi anni, nulla sembra essere cambiato.
potrei ma è da un pezzo che voglio spendere due parole su un gruppo emiliano di recente formazione, gli offlaga disco pax.
come spesso accade, gli odp arrivano alle mie orecchie grazie a d. che pazientemente, di tanto in tanto, mi allunga qualche giga di "roba nuova, perlopiù underground, mi sa che potrebbe piacerti".
il singolo, robespierre, tratto dal loro primo album in studio, socialismo tascabile, prove tecniche di trasmissione (santeria, 2005) può essere considerato il manifesto del gruppo, una vera e propria dichiarazione d'intenti: una base new wave anni '80 bella tirata su cui max collini declama il proprio credo (quello di un'intera generazione di disillusi), il proprio retaggio culturale che affonda le radici nel clima di piombo degli anni '70, tra l'eco dei sandinisti in nicaragua e la rivoluzione cubana celebrata dagli ori olimpici di juantorena, passando per simboli di culto dell'epoca, come la prinz e il toblerone ("qualcuno sa perchè", spiegazione che forse è da ricercarsi tra le righe amare di un altro brano, non incluso nell'album, cioccolato IACP, suonato dal vivo di recente e disponibile come bootleg in rete), per arrivare ad aspetti più intimi e privati (la prima sega). tutto enunciato (bada, non cantanto) con forza e mestiere, con quell'accento inconfondibile che sa di tortellini e lambrusco.
la narrazione è sincopata, coinvolgente, anche negli episodi meno ispirati dal punto di vista melodico (il pastiche industrial di tono metallico standard, superbo ritratto dell'alternativo dei miei coglioni, in cui il parlato di collini è stato, a mio avviso, sepolto in fase di missaggio).
ogni pezzo è un ritratto di quell'italia destinata ad essere un grande paese e finita per essere quello che è (trovo difficile che fra trent'anni qualcuno possa scrivere dell'italia di oggi con lo stesso fervore e la stessa intensità).
gli odp mi piacciono anche se tutto farebbe presupporre il contrario. d'accordo, fatico ancora a sopportare i numerosi attacchi di batteria elettronica talmente scarna da portare alla memoria certi motivetti per videogame su commodore 64. e lo ammetto, forse certi punti di tatranky e khmer rossa mi sono ancora leggermente indigesti ma non ci sono palle, questo è un gruppo da *prendere o lasciare*. o piacciono o fanno cagare. e, com'è come non è, al quippresente piacciono e non poco.
è in lavorazione il secondo disco. non credo che la formula possa garantire più di qualche altro buon episodio.
sento un frastuono rimbombi lontana in modo imperfetto
hai lasciato
piazze piene urne vuote tremori gentili tracce sottili
tracce profonde sugli zerbini dei miei pianerottoli
mancano
le tue parole sul niente
il calore bagnato e sporco che avevo
il dispiacermi di non bastare
siamo rimasti a guardare un desiderio qualche volta noioso
e non sarai mai
un'emozione da poco
(odp, "enver")
sabato 15 settembre 2007
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blow-up (aka 'pornografia') |
questa sera mi trovavo in una nota multisala dell'hinterland milanese. curiosavo con cha nella vetrina di un negozio di gadgets cinematografici, in attesa di poter accedere alla sala per assistere al film dei simpson.
tra il casco di darth vader e l'action figure di jack sparrow, c'era una teca contenente il modellino scala 1:1000 delle twin towers (vedi immagine intera).
il modello è venduto in pezzi da assemblare. cha ha fatto una battuta riguardo la scatola piena di macerie e polvere.
ricostruisci le torri gemelle. oddio, un po' ci sono rimasto. non so cosa fosse peggio, se il plastico o la macabra action figure di john lennon nel suo periodo newyorkese (della cui scatola è visibile un particolare nella foto, a sinistra, dietro la teca col world trade center).
nobody told me there'd be days like these... strange days indeed.
il film sui simpson è stato uno spasso, forse anche perchè le aspettative erano basse. dopo aver visto qualcuno degli ultimi episodi, pensavo che ormai la banda di groening fosse alla canna del gas. mi sono dovuto ricredere. sketch azzeccati, quasi novanta minuti filati senza momenti morti.
ma ancora una volta, il meglio l'ha dato il pubblico.
poco prima che partisse il film, col buio in sala, un pirla seduto nelle prime file ha gridato: «xxx culo, culo chi non lo dice!». quel CULO gridato dalla sala mi risuona ancora nelle orecchie. non ho avuto la prontezza di unirmi al boato corale. è stato lì che ho realizzato come i miei anni da liceale siano irrimediabilmente andati.
e per finire, la ciliegina: a un certo punto sullo schermo è apparsa la scritta blow-up springfield, far saltare in aria springfield. ebbene, la tipa che mi sedeva accanto ha chiesto al suo ragazzo di tradurle la frase. quel pipparolo, che l'inglese l'ha imparato bene dai film porno, ci ha pensato su e poi ha sparato: «vuol dire risucchiare springfield».
*old pig*!
domenica 26 agosto 2007
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nazista di un comunista |
ieri sera ero a cena con d. e cha in un ristorante specializzato in cucina bavarese (davvero perfetta per una calda sera di fine agosto).
ci siamo presentati in ritardo sulla prenotazione, dopo aver speso diverso tempo alla ricerca di un parcheggio. pare che in città ci siano un sacco di posteggi destinati ai residenti e solo qualche buco a pagamento per noialtri pezzenti forestieri, quasi dovessero farci pesare il fatto di aver "deciso" di sistemarci nella tranquillità della provincia.
il locale - davvero molto kitsch - ricalcava alla perfezione certe locande tedesche vecchio stile, con le pareti tappezzate di legno dipinto con motivi floreali e slogan teutonici, mensole stipate di boccali di birra e stoviglie decorati, musica in sottofondo di dubbio gusto.
guarda - fa notare d. a un certo punto - c'è anche un busto del führer, la prima di una serie di esternazioni che potrebbero tranquillamente trovarsi in un ipotetico manuale delle cento cose da NON dire in un ristorante bavarese, tra cui:
- "allora, io prendo un piatto di spätzle e un ebreo" (sempre d.)
- "[...] c'era questo gruppo di tedeschi del cazzo" (cha)
senza contare che, qua e là, nella conversazione sono stati citati: i crucchi, la swastika, hitler, goebbels, leni riefenstahl e olympia.
in chiusura della serie di luoghi comuni, vari esempi di bon-ton, tra cui una bestemmia ad alta voce di d. (non che le altre tavolate fossero da meno, per rendere il livello di classe raggiunto dagli astanti) e un rutto gorgoliante di cha (con la mano elegantemente posata davanti alla bocca, credo forse più per *amplificare* il rumore, che per attenuarlo).
gonfi come scrofe, ci siamo rimessi in strada per raggiungere un cinema nei paraggi. davano sicko, il nuovo film di michael moore e 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni di cristian mungiu. siamo arrivati in cassa a un minuto circa dall'inizio di entrambe le pellicole, senza avere ancora le idee chiare riguardo a quale spettacolo assistere.
alla vecchia cassiera è bastato uno sguardo.
stargroves - allora, tre biglietti per...
vecchia cassiera - sicko.
stargroves (attimo di smarrimento, si volta verso i drughi, poi di nuovo verso la vecchia) - sì, sicko.
sulle prime non ci ho dato grande peso. poi però mi ha dato da pensare. cos'avrà suggerito alla vecchia cassiera che noi tre volessimo vedere moore anzichè mungiu?
forse l'abbigliamento casual/straccione da militante attivista?
se avessimo indossato giacche di tweed impregnate dell'odore del tabacco da pipa le cose sarebbero state diverse?
stargroves - allora, tre biglietti per...
vecchia cassiera - 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni.
stargroves (attimo di smarrimento, si volta verso i drughi, poi di nuovo verso la vecchia) - no, sicko.
vecchia cassiera - non credo proprio.
stargroves - ma..
vecchia cassiera - non con quei foulard al collo, non con quei cappelli di feltro. non con quest'aria da intellettuali da croisette.
stargroves - ma..
vecchia cassiera - fanno 15 euro.
stargroves - noi vogliamo..
vecchia cassiera - 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, 15 euro. grazie e arrivederci.
stargroves - ma..
vecchia cassiera - grazie e arrivederci.
oppure la sala dove proiettavano mungiu era vuota. in effetti quella del film di moore era gremita. piccola ma affollata. in ogni caso, dopo i trailer, nemmeno ci pensavo più.
il film non è male, a mio parere. cha si è fatto una dormitina di qualche minuto, prima che la risata sguaiata e decisamente esagerata del tizio che sedeva alla mia destra, lo facesse svegliare di soprassalto.
avrei preferito che moore non incappasse in facilonerie come quella di presentare i francesi, che godono dell'assistenza sanitaria statale gratuita a differenza degli americani, come un popolo benestante nonostante l'alta pressione fiscale, intervistando una coppia dal reddito complessivo di circa 7000 euro al mese. vedete? se la passano bene nonostante le tasse! grazie al cazzo. avrebbe potuto rendere il concetto in maniera più efficace interpellando un qualsiasi boulanger, piuttosto che un notaio o un avvocato.
e poi la faccenda di cuba, un finale troppo stucchevole con tutti quegli abbracci e manifestazioni di fratellanza a beneficio della telecamera.
in ogni caso un bell'affondo di moore alle maggiori compagnie assicurative americane e al governo degli stati uniti, degno delle precedenti stoccate alla general motors e alla national rifle association, portate con la stessa arguzia e mestiere (forte il suo esagerato stupore nella scena all'interno dell'ospedale inglese dove cerca invano uno sportello a cui rivolgersi per pagare l'assistenza medica o quella in cui è seduto in un locale con i suoi amici francesi che gli portano varie testimonianze sul sistema sanitario della loro patria).
il premio principi della serata va a d. e alla cameriera tedesca nana popputa:
d. (a fine pasto, prima del dessert) - ci porta ancora la lista?
cameriera - per manciare?
d. (dopo aver congedato la cameriera) - ma che cazzo di domanda è? cosa dovrei farci con la lista? pulirmici il culo?
chissà cos'avrebbe da dire a riguardo cristina parodi (per cui fra l'altro d. non ha mai nascosto un certo interesse: "uhm, io alla parodi due colpi glieli darei volentieri.")
