ed eccomi lì, al supermercato, di nuovo.
ogni tanto qualcuno se ne viene fuori con una di quelle statistiche assurde che calcolano quanto tempo si spende in totale per le semplici azioni quotidiane, nell'arco dell'esistenza (un terzo della vita lo passiamo dormendo; dieci anni in bagno; tre anni per imparare a parlare e non ne bastano cinquanta per imparare ad ascoltare - ok, questo è hemingway ma ci siamo capiti). mi chiedo quanto tempo si butti in totale al supermercato.
ed eccomi lì, dunque. in coda, ovviamente.
da un po' di tempo a questa parte mi servo alle casse fai-da-te, quelle a cui le cassiere solitamente guardano sempre con un misto di rancore e paranoia, immaginandosi un futuro prossimo in cui nessuno di noi avrà più bisogno dei loro servigi.
davanti a me un coreano ridanciano e una vecchia in pole. sembra un buon piazzamento.
dopo 10 min di attesa, la vecchia è ancora lì che non sa a che santo votarsi.
mi accorgo che il coreano sta cercando di darle una mano. ride e tamburella sul touch screen assieme a lei. dopotutto un quadretto grazioso, non mi scompongo, mi convinco che insieme ce la possono fare.
sullo schermo della cassa automatica compare la scritta intimidatoria: "vuole usare la carta vantaggi?"
la vecchia tentenna, sembra indecisa sul da farsi. forse non ricorda se ha portato con sè la carta o meno.
«careta vantacci, careta vantacci», cinguetta il coreano.
muovendo lentamente la mano, la vecchia porta l'indice verso lo schermo, spostando il dito ossuto tra le due opzioni, corrosa dal dubbio. fisso il suo artiglio ondeggiare ipnoticamente e infine abbattersi sul touch screen. è un sì. la vecchia decide di usare la carta vantaggi. massì, usala, perchè no? vien da pensare.
«careta vantacci, careta vantacci», ripete il coreano, invitando allegramente la nonnina a tirare fuori la carta.
«non ce l'ho», sospira quella.
mi fisso la punta delle scarpe amareggiato, mentre il coreano ridacchia (forse la sta prendendo in giro, ma probabilmente non è così, probabilmente lui è la persona più zen che esista sulla terra. deve essere così, mi dico, perchè non le ha ancora messo le mani addosso).
in quella arriva la cassiera incaricata di intervenire in caso di problemi tecnici. assisto al suo arrivo come alla nascita di una nuova era, fatta di speranze per un futuro migliore, una primavera a ottobre inoltrato. in un niente, mi dico, sbloccherà la cassa, aiuterà la vecchia e ce ne andremo tutti a casa.
la cassiera fissa lo schermo. non fa niente.
«d'accordo, adesso bisogna aspettare che passi il tempo necessario perchè il sistema torni al primo passaggio». la cassiera ausiliaria torna ad occuparsi di altro.
mi sdraio in posizione fetale sul pavimento, avviluppato nello sconforto più totale.
passano altri minuti, da quello che vedo sullo schermo, sembra che la vecchia stia procedendo al pagamento, dunque in teoria dovrebbe aver finito. e allora perchè ad ogni passaggio continua a strofinare l'articolo che ha in mano sul lettore di codice a barre?
fisso intensamente la cassiera ausiliaria. solo tu - implorano i miei occhi - puoi cambiare il corso degli eventi e donarci la forza per andare avanti.
«signora, ha battuto solo il sacchetto ed è passata al pagamento», dice la cassiera.
«non può battere l'articolo. deve pagare il sacchetto e poi ripetere l'operazione daccapo».
stronza imbecille buonannulla di una cassiera inutile. ma vattene, va.
il coreano ride, ovviamente.
la vecchia paga il sacchetto, poi ripete l'operazione per l'affare che ha in mano. butto l'occhio, è un CD a 4,90 euro. però, una vecchia con in mano un CD, si era mai visto. allora faccio il curioso e guardo meglio. e ti pareva. è un CD di titti bianchi (la regina del lissio, per chi non avesse avuto il piacere, e per chi lo avesse avuto, mi dispiace, massima solidarietà).
per come la vedo io, andrebbero installati degli allarmi alle casse, di modo che quando il malcapitato di turno arriva col suo bel CD di liscio e lo passa sul lettore di codice a barre, PEM, parte la sirena e sul posto accorrono un paio di gorilla armati che stendono il poveretto faccia a terra. CD sequestrato e tizio portato nelle segrete del supermercato, per una bella dose di calci sui denti.
passa la voglia, credi a me.
il coreano poi se l'è cavata meglio, con un mio piccolo aiuto, d'altronde ormai mi ci ero affezionato tipo come a un cognato ('fratello' mi sembra esagerato) e gli volevo bene.
finale sulle note di give peace a chance di john lennon.
mercoledì 29 ottobre 2008
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post sulle vecchine impedite che funziona sempre |
domenica 9 marzo 2008
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piccolo. spazio. pubblicità (AKA "ringo people") |
non so dire quanto ho impiegato perchè l'ascolto di all you need is love non mi rimandasse immediatamente alla memoria quel cazzo di stranamore.
da qualche tempo c'ero pure riuscito, in ogni caso. love, love, love, già, e in testa mi affioravano le immagini del collegamento in mondovisione dei beatles, direttamente da uno dei dvd della beatles anthology, con quel bianco e nero che, come per magia, vira in colore, il colore brillante e kitsch proprio degli anni sessanta.
e poi oggi, d'un tratto, riecco quel fottuto camper, perso per sempre nei ricordi remoti di una domenica sera su canale 5, con la buonanima del dottor castagna. poi la trasmissione è finita a far muffa su rete4 e non se l'è cacata più nessuno, in definitiva.
nel giro di cinque minuti, a pranzo, con la tv accesa (brutta abitudine, lo so), i beatles hanno imperversato nella pubblicità più di quanto ne avessimo (ne avessero?) bisogno.
spot TIM: dei bambini cantano una sguaiata versione di all together now.
dico a mia madre: "non diresti mai che questi sono i beatles".
in effetti lei è incredula e sono costretto a confermarle che sì, si tratta di un pezzo dei beatles.
sicuramente di maccartney, aggiunge mio fratello. e sì, confermo anche questo.
al che cha puntualizza che non poteva essere altrimenti, visto che tutte le più sfacciate cagate inglesi prodotte dal quartetto portano la sua firma. come dargli torto.
non passa poco che per un altro spot riecheggiano le note di here comes the sun.
mi rivolgo di nuovo a mia madre: "e non diresti mai che anche questi..."
lei sorride, come se la mia fosse una battuta. ma non lo è, spiego, sono i beatles anche questi, anzi, questo è george harrison, in uno dei suoi purtroppo rari momenti di grazia.
e poi eccolo, a chiusura del blocco di spot, il maledetto camper con la scritta rossa nera e gialla. e l'inconfondibile sottofondo.
"e non diresti mai che questi sono..."
mia madre sorride, questa la sa anche lei. però non sa chi l'ha scritta. beh, dico, le canzoni dei beatles sono accreditate quasi tutte a lennon/maccartney ed in effetti in alcuni pezzi, spesso nella prima produzione, c'è effettivamente l'apporto di entrambi. però all you need is love è una creatura di lennon, dispute a parte.
"manca solo una di ringo", faccio notare con piglio sardonico.
"anche ringo scriveva canzoni?" chiede mia madre.
"più che altro delle merdate", è la mia impietosa replica.
cha mi chiede qualche titolo e ne pesco un paio dalla memoria, don't pass me by e octopus's garden.
"non se le ricorda nessuno", infierisco. e un po' mi sento in colpa perchè alla fine ringo è un buono, uno sfigato simpatico e compagnone e non se lo merita per niente. specie da un signor nessuno come il quippresente.
e adesso che ci penso almeno lui può vantarsi di non essere associato a nessuna pubblicità idiota, cosa che i suoi illustri colleghi, a quanto pare, proprio non possono permettersi.
sabato 15 dicembre 2007
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gino è una bestia (aka "jingle bells") |
il mio nuovo lavoro stagionale come babbo natale all'ipercoop, mi permette diversi benefit, tra cui la possibilità di godere di forti sconti su tutti gli articoli in promozione natalizia in vendita nei negozi della catena. la condicio sine qua non perchè io usufruisca di questa facilitazione è che mi presenti alla cassa col costume di babbo natale, lo stesso che uso in orario di lavoro. come se a questo punto mi fregasse qualcosa di fare figure da cazzo con la gente.
l'altra sera ero talmente sfatto che sono sceso al bar vestito ancora in giacca rossa con finiture di pelo bianco e barba posticcia. mi sono appoggiato al bancone senza potermi sedere, perchè dopo un turno di sei ore filate, a forza di tenere bambini ciccioni sulle ginocchia a ritmo di uno ogni due minuti, le chiappe mi si sono gonfiate in modo spropositato e mi si sono pure tagliate in mezzo (ma il dottore ha detto che quella probabilmente è una vecchia ferita).
sembravo un incrocio tra dan aykroyd vestito da babbo natale ubriacone nel classico natalizio una poltrona per due (che molto probabilmente nelle prossime tre settimane trasmetteranno a ciclo continuo e anche a reti unificate subito dopo il discorso di napolitaner) e il billy bob thornton di babbo bastardo (quello che nella scena clou del film s'inchiappetta una grassona nel camerino del grande magazzino dove lavora come babbo natale esclamando: "sì, baby, non riuscirai a cagare per una settimana!").
– lo sai? è anche grazie a gente come te se ho smesso di amare il fottuto natale – mi ha detto il barista in tono acido.
l'ho guardato per un po' e poi ho ruttato. che altro avrei dovuto fare? credevo di essere solo un'icona kitsch e invece mi ritrovo ad incarnare lo spirito di una festa morta, fagocitata dalla farsa del consumismo.
– mamma, babbo natale sta bevendo un scotch doppio al bancone! – ha bisbigliato un nanetto tirando la gonna della madre etilica allo stadio terminale.
m'è venuto da pensare che portarsi il figlio in un posto come questo non è granchè educativo. ma neanche portarlo all'ipercoop sulle ginocchia di un finto babbo natale per chiedere regali – che nella maggior parte dei casi sono delle cazzate tremende – lo è.
mai nessuno che chieda qualcosa di anche solo lontanamente interessante, per dire. chessò, non ho mai sentito un bambino che mi chiedesse di portargli, la butto lì, un didgeridoo, quell'affare che sulle prime sembra un grosso chillum da erborista esibizionista, ma che invece va usato al contrario. viene dagli aborigeni australiani che lo intagliavano dalle piante di eucalipto e se ci soffi dentro produce quel bordone ipnotico da cui prende il nome lo strumento.
io, ad esempio, da piccolo mi sarei divertito di bestia con un affare del genere a disposizione. comunque nessun bambino mi ha mai chiesto un didgeridoo, ecco. non che glielo avrei portato, voglio dire, il mio lavoro consiste nell'ascoltare le loro richieste e rispondere con frasi standard tipo: oh oh oh, sarai accontentato, piccolo! buon natale! oh oh oh (l'oh oh oh è per contratto, io ne farei volentieri a meno, ma mi pagano un tot ogni oh). poi morta lì, non è che devo anche portargli i regali a casa. nel colloquio con il direttore del personale dell'ipercoop ho tenuto che fosse messo nero su bianco. non si è mai troppo prudenti con questi contratti capestro. finisce che da qualche parte in piccolo c'è una clausola che t'inchiappetta e ti ritrovi la notte del 24 ancora vestito da babbo natale, con un sacco pieno di avanzi di magazzino dell'ipercoop in spalla, a fare il giro dei dormitori e dei centri di accoglienza per i disadattati. non sono tagliato per il volontariato, io. è il senso di colpa che mi fotte e anche una certa dose di presunzione congenita.
ma poi ho pensato, magari nessun bambino mi chiede il didgeridoo perchè nessun bambino sa cosa sia. così ieri, al turno del pomeriggio, ho portato il mio didgeridoo in negozio e, approfittando di una pausa tra una richiesta di gormiti e una di fatine winx (a proposito, COMPLIMENTI buffon, la tua è la pubblicità più trash del momento), mi sono prodotto in un'esibizione estemporanea.
quando ho riaperto gli occhi (ero preso al punto da chiudere gli occhi nel trasporto dell'esecuzione, abitudine di cui hornby parla con sospetto e diffidenza in about a boy) i clienti erano tutti accucciati per terra con le mani premute sulle orecchie.
– che cosa sta succedendo qui?? – ha gridato il direttore del reparto arrivando trafelato. un lembo della camicia gli sporgeva dalla giacca. secondo me stava cacando quando qualcuno l'ha avvertito dell'emergenza all'angolo di babbo natale.
babbo natale, cioè io.
– cosa diavolo è quell'affare?? – ha gridato quello, sempre coi due punti di domanda.
allora mi sono sentito in dovere di spiegare e di decantare la bellezza del didgeridoo. non mi rivolgevo direttamente al tizio, il mio discorso era più che altro rivolto ai bambini presenti.
– lo metta via subito! – ha intimato il caporeparto interrompendomi sul più bello.
stavo per spiegare le proprietà ipnotiche del suono emesso dal didgeridoo, che sulle prime può risultare molesto ma poi è capace di trascinare l'essere umano in una dimensione trascendentale.
– o sarò costretto a farla sbattere fuori – ha sibilato quello tra i denti, avvicinandomisi con fare minaccioso.
così, con la tristezza che mi riempiva il petto e mi fiaccava le gambe, ho messo da parte il mio didgeridoo.
ma poi è successo.
– voglio un tubo che fa "woooomwoooomwowooomwoooowoooom" – ha detto il primo bimbo ciccione che mi si è chiapponato sulle ginocchia osteoporotiche.
oh oh oh!, ho esclamato io con rinnovato vigore (il che mi ha fruttato un aumento in busta e il ritiro della nota di biasimo per l'incidente col didgeridoo).
– ma gianmattia – ha detto la madre stupefatta (almeno quanto lo ero io dopo aver sentito con che razza di nome ha marchiato a vita il figlio) – cosa te ne fai di quel coso?
cioè capisci, ha detto "quel coso". quanta ignoranza, madonna.
– ti spacco la minchia, mamma – ha detto quello con un sorrisetto da vero bastardo.
1-0, mamma, prendi questo. quel piccolo botolo di adipe chiapponato sulle mie ginocchia ora pareva pesare due grammi tanto lo stimavo (dentro di me, perchè per contratto non possiamo dire nient'altro ai piccoli che le frasi standard imparate a memoria, se non vogliamo rischiare denuncie per molestie. oggi il mondo va così).
la madre si è portata via il fan numero uno del didgeridoo pensando comunque di essere al sicuro. deve aver pensato: il bambino avrà pure chiesto quel coso ma io col cazzo che glielo compro.
beh, non si preoccupi signora, mi premurò di recapitare il regalo di persona, direttamente davanti alla porta di casa. e quando gianmattia lo vedrà, sarà fatica sprecata cercare di portarglielo via.
dopo gianchiappechiappone, molti altri bambini hanno richiesto il didgeridoo, tanto che ho saputo che una famosa casa di giocattoli ne sta preparando una versione economica per la vendita nei centri commerciali. e forse qui ho anche perso un'ottima occasione per sfruttare un bel bisiniss' nascente. non che mi importi granchè. resto un finto babbo natale schiacciato dal peso di bambini grassi e pasciuti fino alla vergogna, ma sono un uomo più sereno.
domenica 21 ottobre 2007
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"elvis ha lasciato l'edificio" (per andare in salumeria) |
l'altra mattina, mentre la mia pulcina cercava disperatamente di dormire ancora per qualche minuto, io le canticchiavo sul cuscino il motivo di are you lonesome tonight? con aria da crooner consumato.
lei non ha apprezzato il mio bisbiglio vellutato e mi ha invitato a dirigermi altrove.
poco più tardi, dopo aver fatto colazione in paese, il re ci ha mandato un segno (clicca sull'immagine a lato).
il re è morto. viva il re.
domenica 7 ottobre 2007
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mal comune, tutto gaudio |
dice, puoi lamentarti finchè vuoi della tua vita ma in fondo c'è sempre qualcuno che sta peggio di te: bon, questa sera l'ho conosciuto finalmente, questo qualcuno messo peggio di me.
e, beh, ci ho goduto un bel po'.
mica per lui, eh, sia chiaro. sono stronzo, sì, ma non fino al punto di gioire delle disgrazie altrui. gioivo perchè, per una volta, le disgrazie non erano mie. c'è una bella differenza.
il tizio stava guidando un camion, alle dieci passate del sabato sera, poco fuori da un casello della milano-venezia, quando il suo pesantissimo carico ha sfondato una delle sponde del rimorchio ed è crollato a terra, in mezzo alla strada.
per un attimo mi sono sentito sollevato. ero felice di essere me stesso e non quel tizio che ora avrebbe dovuto sistemare tutto quel casino.
d'accordo, questo sentimento tutt'altro che empatico non avrà giovato al mio già logoro karma. ma vuoi mettere?
per non parlare di quell'altra tipa, che oggi pomeriggio mentre io facevo la spesa in libertà, batteva i tastini della sua cassa di merda e faceva passare tutti quei codici a barre.. a un certo punto il nastro trasportatore, vai a capire perchè, non si è bloccato come al solito ed ha spinto una scatola pesante che ha divelto il monitor della cassa.
io guardavo e ridevo dentro di me. non ero io quello imputtanato fino al collo, con mezza cassa distrutta e una fila di clienti spazientiti.
non ero io il tizio costretto a fare il deficiente coi palloncini, chiuso dentro al costume da marmotta gigante nel centro commerciale.
non ero io l'inserviente che aveva appena terminato di lucidare il pavimento fuori dalla gelateria, quando il bimbo coreano gli ha vomitato sulle scarpe mezzo chilo di kimbap semi digerito.
non ero io quello fermo col triangolo d'emergenza a 100m dall'auto in panne.
per una volta, una volta tanto, oggi mi è andata liscia. e mi può bastare.
sabato 15 settembre 2007
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blow-up (aka 'pornografia') |
questa sera mi trovavo in una nota multisala dell'hinterland milanese. curiosavo con cha nella vetrina di un negozio di gadgets cinematografici, in attesa di poter accedere alla sala per assistere al film dei simpson.
tra il casco di darth vader e l'action figure di jack sparrow, c'era una teca contenente il modellino scala 1:1000 delle twin towers (vedi immagine intera).
il modello è venduto in pezzi da assemblare. cha ha fatto una battuta riguardo la scatola piena di macerie e polvere.
ricostruisci le torri gemelle. oddio, un po' ci sono rimasto. non so cosa fosse peggio, se il plastico o la macabra action figure di john lennon nel suo periodo newyorkese (della cui scatola è visibile un particolare nella foto, a sinistra, dietro la teca col world trade center).
nobody told me there'd be days like these... strange days indeed.
il film sui simpson è stato uno spasso, forse anche perchè le aspettative erano basse. dopo aver visto qualcuno degli ultimi episodi, pensavo che ormai la banda di groening fosse alla canna del gas. mi sono dovuto ricredere. sketch azzeccati, quasi novanta minuti filati senza momenti morti.
ma ancora una volta, il meglio l'ha dato il pubblico.
poco prima che partisse il film, col buio in sala, un pirla seduto nelle prime file ha gridato: «xxx culo, culo chi non lo dice!». quel CULO gridato dalla sala mi risuona ancora nelle orecchie. non ho avuto la prontezza di unirmi al boato corale. è stato lì che ho realizzato come i miei anni da liceale siano irrimediabilmente andati.
e per finire, la ciliegina: a un certo punto sullo schermo è apparsa la scritta blow-up springfield, far saltare in aria springfield. ebbene, la tipa che mi sedeva accanto ha chiesto al suo ragazzo di tradurle la frase. quel pipparolo, che l'inglese l'ha imparato bene dai film porno, ci ha pensato su e poi ha sparato: «vuol dire risucchiare springfield».
*old pig*!
domenica 26 agosto 2007
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nazista di un comunista |
ieri sera ero a cena con d. e cha in un ristorante specializzato in cucina bavarese (davvero perfetta per una calda sera di fine agosto).
ci siamo presentati in ritardo sulla prenotazione, dopo aver speso diverso tempo alla ricerca di un parcheggio. pare che in città ci siano un sacco di posteggi destinati ai residenti e solo qualche buco a pagamento per noialtri pezzenti forestieri, quasi dovessero farci pesare il fatto di aver "deciso" di sistemarci nella tranquillità della provincia.
il locale - davvero molto kitsch - ricalcava alla perfezione certe locande tedesche vecchio stile, con le pareti tappezzate di legno dipinto con motivi floreali e slogan teutonici, mensole stipate di boccali di birra e stoviglie decorati, musica in sottofondo di dubbio gusto.
guarda - fa notare d. a un certo punto - c'è anche un busto del führer, la prima di una serie di esternazioni che potrebbero tranquillamente trovarsi in un ipotetico manuale delle cento cose da NON dire in un ristorante bavarese, tra cui:
- "allora, io prendo un piatto di spätzle e un ebreo" (sempre d.)
- "[...] c'era questo gruppo di tedeschi del cazzo" (cha)
senza contare che, qua e là, nella conversazione sono stati citati: i crucchi, la swastika, hitler, goebbels, leni riefenstahl e olympia.
in chiusura della serie di luoghi comuni, vari esempi di bon-ton, tra cui una bestemmia ad alta voce di d. (non che le altre tavolate fossero da meno, per rendere il livello di classe raggiunto dagli astanti) e un rutto gorgoliante di cha (con la mano elegantemente posata davanti alla bocca, credo forse più per *amplificare* il rumore, che per attenuarlo).
gonfi come scrofe, ci siamo rimessi in strada per raggiungere un cinema nei paraggi. davano sicko, il nuovo film di michael moore e 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni di cristian mungiu. siamo arrivati in cassa a un minuto circa dall'inizio di entrambe le pellicole, senza avere ancora le idee chiare riguardo a quale spettacolo assistere.
alla vecchia cassiera è bastato uno sguardo.
stargroves - allora, tre biglietti per...
vecchia cassiera - sicko.
stargroves (attimo di smarrimento, si volta verso i drughi, poi di nuovo verso la vecchia) - sì, sicko.
sulle prime non ci ho dato grande peso. poi però mi ha dato da pensare. cos'avrà suggerito alla vecchia cassiera che noi tre volessimo vedere moore anzichè mungiu?
forse l'abbigliamento casual/straccione da militante attivista?
se avessimo indossato giacche di tweed impregnate dell'odore del tabacco da pipa le cose sarebbero state diverse?
stargroves - allora, tre biglietti per...
vecchia cassiera - 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni.
stargroves (attimo di smarrimento, si volta verso i drughi, poi di nuovo verso la vecchia) - no, sicko.
vecchia cassiera - non credo proprio.
stargroves - ma..
vecchia cassiera - non con quei foulard al collo, non con quei cappelli di feltro. non con quest'aria da intellettuali da croisette.
stargroves - ma..
vecchia cassiera - fanno 15 euro.
stargroves - noi vogliamo..
vecchia cassiera - 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, 15 euro. grazie e arrivederci.
stargroves - ma..
vecchia cassiera - grazie e arrivederci.
oppure la sala dove proiettavano mungiu era vuota. in effetti quella del film di moore era gremita. piccola ma affollata. in ogni caso, dopo i trailer, nemmeno ci pensavo più.
il film non è male, a mio parere. cha si è fatto una dormitina di qualche minuto, prima che la risata sguaiata e decisamente esagerata del tizio che sedeva alla mia destra, lo facesse svegliare di soprassalto.
avrei preferito che moore non incappasse in facilonerie come quella di presentare i francesi, che godono dell'assistenza sanitaria statale gratuita a differenza degli americani, come un popolo benestante nonostante l'alta pressione fiscale, intervistando una coppia dal reddito complessivo di circa 7000 euro al mese. vedete? se la passano bene nonostante le tasse! grazie al cazzo. avrebbe potuto rendere il concetto in maniera più efficace interpellando un qualsiasi boulanger, piuttosto che un notaio o un avvocato.
e poi la faccenda di cuba, un finale troppo stucchevole con tutti quegli abbracci e manifestazioni di fratellanza a beneficio della telecamera.
in ogni caso un bell'affondo di moore alle maggiori compagnie assicurative americane e al governo degli stati uniti, degno delle precedenti stoccate alla general motors e alla national rifle association, portate con la stessa arguzia e mestiere (forte il suo esagerato stupore nella scena all'interno dell'ospedale inglese dove cerca invano uno sportello a cui rivolgersi per pagare l'assistenza medica o quella in cui è seduto in un locale con i suoi amici francesi che gli portano varie testimonianze sul sistema sanitario della loro patria).
il premio principi della serata va a d. e alla cameriera tedesca nana popputa:
d. (a fine pasto, prima del dessert) - ci porta ancora la lista?
cameriera - per manciare?
d. (dopo aver congedato la cameriera) - ma che cazzo di domanda è? cosa dovrei farci con la lista? pulirmici il culo?
chissà cos'avrebbe da dire a riguardo cristina parodi (per cui fra l'altro d. non ha mai nascosto un certo interesse: "uhm, io alla parodi due colpi glieli darei volentieri.")
domenica 1 luglio 2007
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smooth criminal |
eccomi là. cioè io stargroves e il mio drugo. cioè d. ed eravamo in coda al cinema arrovellandoci il gulliver per sapere che cosa fare della serata.*
come sai, oggi tocca smazzarsi coda ovunque, per strada, nel parcheggio, all'ingresso, al bar, persino al cesso.
biglietti alla mano, cercavamo solo di prendere qualcosa da sgranocchiare per aggiungere spasso allo spasso. è una delle grandi verità della vita: guardarsi un film pieno zeppo di effetti speciali su uno schermo grande quasi 500 mq (non esagero), se ti va, ogni tanto può essere piacevole. guardarselo ingoiando schifezze ad alto tasso calorico è ancora meglio.
d. - io mi prendo un po' di caramelle gommose.
stgsv - ok, vai, tengo io il posto.
d. - cioè? me le vado a prendere adesso??
stgvs - eh sì, quando ci vuoi andare? fallo ora, così quando tocca a noi gli dai il pacchetto, lei lo pesa ed è fatta.
d. - ma ora che arrivo in cassa me le finisco pure.
stgvs - ...
d. - cioè, uno se le può pure mettere in tasca e bòna, no?
guardo d. per un istante. sembra essere seriamente convinto.
stgvs - (divertito e sconcertato) ecco, vedi, la cosa si basa sul concetto di *onestà*. funziona così. nessuno prende le caramelle e se ne va senza pagare.
d., ancora leggermente confuso, va al banco dei dolciumi a riempire un sacchetto mentre io lo guardo come un papà guarderebbe il figlio allontanarsi per raggiungere gli amichetti sullo scivolo, al parco.
tocca a noi. io, perfettamente calato nella parte del salutista, prendo mezzo litro di acqua naturale.
d. (con il sacchetto pieno di caramelle gommose in bella vista sotto al braccio): - due, grazie.
e non aggiunge altro. due bottiglie d'acqua, grazie.
così realizzo: mio figlio è un criminale.
sbigottito, seguo d. mentre lascia tranquillamente il banco del bar per raggiungere la sala.
stgvs - dovessero fermarci ovviamente io non ti conosco.
d. (ride compiaciuto) - e sì che praticamente l'avevo bello in vista!
stgvs - davvero, dovesse mai, io non ti conosco, cazzo.
devo ammettere che, dopo lo sconcerto iniziale, la manovra mi ha favorevolmente impressionato, in qualche modo. voglio dire, io non credo sarei in grado di avere la faccia di fare una cosa simile, con tale noncuranza poi.
due bottiglie, grazie.
e quel sacchetto?
ohccaz, ohmmer.. scusa, io non.. io sai.. mi ero dimen..
certo, certo, ti stavi dimenticando. la solita vecchia scusa. cercavi di FARE IL FURBO, eh?
come? no, io..
hey, victor, questo figlio di puttana stava cercando di fottersi un sacchetto di gommose!
e a quel punto un energumeno in completo nero e occhiali da sole sarebbe saltato fuori dal retro del bar, con l'espressione più trucida che si può immaginare. a parte la figura di merda generale, avrei preso tanti di quei calci nel culo da non potermi più sedere al cinema per i prossimi due mesi.
victor me l'avrebbe proprio fatta pagare.
dedico questo post a d., ladro gentiluomo, e a quel tizio assurdo (grazie a dio in sala ce n'è quasi sempre uno) che alla fine si è messo a leggere ad alta voce i titoli delle canzoni della colonna sonora, nominando una certa sexual ailing (sic.).
il vecchio marvin dev'essersi fatto un altro bel giro nella proverbiale tomba.
amen.
* mi sono addormentato guardando kubrick ieri notte, la citazione era più che doverosa.
domenica 3 giugno 2007
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black market (aka "focassini") |
dio stramaledica i supermercati e la fiumana di stronzi che ci si riversa nei week-end.
io, da bravo stronzo, ci sono andato giusto ieri, per un paio di calzini che non ho preso, una scatola di cornetti di cui non ho davvero bisogno - specie se consideriamo che dovrei essere a dieta - e un libro da regalare a p.
perciò non dovrei lamentarmi del fatto che:
- un commesso che avrà avuto sedici anni o giù di lì, occhi a mezz'asta e risatina da ebete, senza accorgersi del sottoscritto, si è spostato di scatto sulla destra spappolandomi un piede (scusi, non l'avevo vista);
- diverse persone emanavano un forte odore di sudore rancido, come se il fatto che stessero solo *facendo la spesa* li sollevasse dal dovere civile e morale di lavarsi;
- mentre mi chinavo per prendere una copia del libro da regalare a p., una ragazzina che stava facendo incetta di diverse copie dell'ultimo romanzo di moccia (non voglio parlare male di moccia, non mi sembra giusto e poi lo fanno già in troppi), si è voltata di scatto infilandomi un angolo di cercasi niki disperatamente nell'occhio (se me lo avesse cavato l'occhio, avrei dovuto denunciare lei, il sig. moccia o la catena del supermercato?).
esistono fenomeni fisici inspiegabili all'interno di un supermercato. puoi addentrarti nella corsia più deserta di tutto il complesso, non importa cosa ci sia esposto sugli scaffali: in pochissimo tempo la corsia brulicherà di vecchie alla guida di carrelli zeppi con la rotella sghemba, zingare e bambini urlanti a piedi nudi. e tu rimani lì, incastrato tra un carrello e l'altro, mentre la casalinga accanto a te sta affondando il braccio nello scaffale da un quarto d'ora, ravanando nella speranza di trovare un prodotto che scada fra dodici o tredici anni. fa niente se sugli scaffali ci sono solo condimenti e salse etniche o prodotti dell'agricultura biologica che in genere non si fila NESSUNO. in quel momento TUTTI vogliono farsi un kit wok per pollo in agrodolce di suzi wan e un pacchetto di gallette di riso del cazzo.
ogni cosa esposta prima o poi verrà acquistata. niente rimarrà invenduto. ci sarà SEMPRE qualcuno disposto a portarsi a casa la peggio stronzata.
stiamo per filarcela, io ammaccato e spaesato, cha che vaga come una pecorella smarrita, con lo sguardo da reduce del vietnam, quando una signora con bimba al seguito si ferma vicino a un pallet di scatoloni ancora da sistemare sugli scaffali.
legge: - focassini, un po' focaccia, un po' grissini. (pausa). li proviamo?
la bimba borbotta e guarda altrove.
come darle torto.
domenica 20 maggio 2007
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doggie doggie style |
questa mattina, come tante altre domenica mattina, sono stato svegliato atrocemente presto da una selva di cani abbaianti. qui dove abito credo di essere l'unico stronzo a non possedere almeno una di quelle bestie rompipalle. che poi non è colpa loro, lo so. è la loro natura e a dirla tutta fanno bene a rompere i coglioni. non sono nati per stare chiusi tra quattro mura o per pascolare su un fazzoletto d'erba 1x1.
corre d'obbligo la citazione: cani e padroni di cani, posso stringervi le mani molto forte in uno strumento di tortura e di morte? (elio elst).
nonostante il pezzo di cui sopra (cani e padroni di cani, appunto) metta più che altro l'accento sulla questione delle merde di cane (materiale di cui ovviamente disponiamo in abbondanza da queste parti), i versi citati sintetizzano alla perfezione il mio desiderio di rivalsa nei confronti di tutti questi bastardi scriteriati che si riempiono la casa di pulciosi rabbiosi, puntuali manco fossero dei galletti.
e così, avviluppandomi nel lenzuolo a mo' di crisalide, ho invocato *giustizia divina*, sgranando un rosario di cristi e madonne da far vergognare persino germano mosconi.
quando sono uscito di casa, nel giardino accanto alla piantina di fichi, il signor s. del terzo piano stava acquattato tra l'erba, completamente nudo se non per un collare di pelle nera stile sadomaso, seriamente impegnato a spremersi l'anima per defecare. l'ho osservato per un po', finchè quello non si è scaricato. mi ha fissato per un istante con la lingua penzoloni e poi se n'è andato trotterellando.
i tre pincher del vicino intanto stavano seduti in veranda. uno leggeva il giornale, il secondo si fumava una paglia, l'altro innaffiava il prato fischiettando. il vicino e la moglie se ne stavano nudi a quattro zampe dietro la siepe, ad annusarsi il culo a vicenda. il loro figlio, qualche metro più in là, si stava scopando freneticamente il paletto della luce.
in paese il parroco - anch'egli con le vergogne al vento - seguiva carponi il segugio del sagrestano in bicicletta, che lo richiamava costantemente all'ordine con un colpo di campanello.
la figlia del sig. r., il fruttivendolo, ha cominciato a ringhiare gattonando qualche passo dietro di me. voltatomi, sono rimasto ipnotizzato dall'oscillare delle sue bocce floride, benchè il ringhiare della ragazza non promettesse niente di buono. poco più tardi è arrivato di corsa il suo bobtail, che l'ha battuta sul culo con la repubblica arrotolata e l'ha trascinata con sè al bar.
il pitbull del signor s. è arrivato in piazza con la sua Z4 coupè. la testa del signor s. sporgeva dal finestrino, ciondolando tristemente, imbrigliata in un'orrenda museruola.
dappertutto c'era gente che pisciava contro i tronchi degli alberi o le gomme delle auto parcheggiate, con la gamba per aria e l'espressione beata. versi gutturali echeggiavano tetri per le strade e i cani - finalmente *padroni* - avevano il loro bel da fare per tenere a bada la situazione.
sono entrato nel bar. all'ingresso tette d'oro, la figlia del fruttivendolo, faceva la siesta riparata dal sole, lascivamente raggomitolata sullo zerbino, sotto la tenda. dentro il locale cani di tutte le razze sedevano ai tavoli, tra una partita a tre sette e un bianchino, una bestemmia e un pronostico sulla giornata di campionato.
il boxer del signor f., il gestore del bar, mi squadrava da dietro il bancone.
mi sono avvicinato e ancora prima di potermi schiarire la voce, quello ha dato un colpo di straccio e mi ha abbaiato in faccia:
- e tu che vuoi, bastardo?
(nota: nessun animale è stato maltrattato per la stesura di questo post)
domenica 13 maggio 2007
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smoke gets in your eyes |
oggi voglio parlare di l., un mio vecchio amico.
però prima lascia che faccia un appunto su una categoria per la quale proporrei misure simili a quelle indicate per i nani da giardino (vedi post sotto): le *vecchie bastarde*.
me ne stavo in coda questa mattina, in pasticceria. una bella coda, sì, però ero tranquillo, è domenica, che cazzo me ne frega. sorridevo. poi ho smesso perchè ho visto la mia espressione da ebete riflessa sul vetro.
poi è entrata lei, la VB, la vecchia bastarda di cui sopra.
dicesi VB una persona gretta, nata meschina e ormai diventata vecchia, ragion per cui può continuare a comportarsi come cazzo gli pare perchè in pochi hanno cuore di prendersela con una persona vecchia.
la fila - ero in quinta o sesta posizione - strano a dirsi, procedeva regolare. ma quando è arrivata, la VB mi si è messa accanto e piano piano, passo dopo passo, si è infilata davanti a me, conversando amabilmente (da sola, ovviamente, e A CASO).
ora, se qualcuno mi domanda gentilmente di cedergli il posto e non ho particolare fretta (e di solito non ce l'ho), non ho nessun problema ad aspettare quel minuto in più. è quando fanno i furbi che mi sale il sangue alla testa e comincio a guardarmi attorno per trovare qualcosa di interessante da infilare loro nel culo.
ieri al bar sono passato davanti a una tizia, senza accorgermi. ho chiesto scusa diecimila volte, perchè non mi stancherò mai di ripeterlo: i FURBI non piacciono a nessuno, puttanaeva.
ma quella VB era - per l'appunto - vecchia e quindi non le ho detto un cazzo e nessuno si è permesso di farle notare che c'ero prima io.
l'unica consolazione è che, probabilmente, uno di quei cannoli oggi le si incastrerà in gola. non soffocherà - non sono così incazzato da augurarle di morire tanto presto - però, nel tentativo di salvarla applicando la manovra di heimlich, il cognato le spezzerà due costole.
l. è un amico che non sentivo da tempo ormai. la particolarità di questo ragazzo, quello per cui sarà ricordato - chi gli sopravviverà lo farà scrivere sulla sua lapide - è la sua spiccata tendenza a fumarsi tutto il possibile. non sto parlando necessariamente di droghe, intendo proprio TUTTO QUANTO. leggenda vuole che una volta si sia fumato persino del lucido da scarpe. non ho idea di come abbia fatto e, a dirla tutta, trattandosi di una storia, non credo interessi veramente saperlo. ma nessuno dei suoi amici penso abbia mai dubitato del fatto che lui l'abbia effettivamente fumato, il benedetto lucido da scarpe.
deve aver iniziato a fumare a sei, sette anni. fumava le sigarette di suo nonno, gliele rubava e se le fumava di nascosto nel cortile della scuola. mi ricordo che gliene diedero tante quando i suoi lo scoprirono. al nonno dispiacque (probabilmente riconosceva i suoi stessi geni da fumatore incallito nel nipote). ma quei due, trecento scapaccioni non lo dissuasero dal proseguire a fumare. rubava i fiammiferi nei negozi o dal tabaccaio e poi se ne andava in giro a scroccare sigarette. non tirava su molto ma quel poco se lo gustava parecchio. lo vedevi dalla sua faccia, quando dava il primo tiro e le sue labbra si distendevano in un sorriso beato.
col senno di poi credo che questa sua attrazione per il fumo fosse una questione chimica. mi capita di fare qualche tiro ogni tanto ma non ho mai provato nessun gusto particolare, se non godere di quell'odore che rimane sulle dita dopo aver fumato. ma questo credo non conti.
insomma, dopo anni di silenzio, l'altro giorno mi ha chiamato. era in lacrime.
è sempre piuttosto imbarazzante quando un amico ti chiama in lacrime. è come se te lo trovassi sulla soglia di casa completamente nudo. non so mai come reagire. se uno mi chiama in lacrime, l'unica cosa che so fare è farlo parlare. perchè o parli o piangi. però quando l. ha iniziato a parlare, non riusciva a smettere di piangere e io non c'ho capito davvero una minchia. quando si è calmato un po', gli ho chiesto di ripetere e spigarmi cosa fosse successo.
- voleva andare a vedere biagio antonacci a milano, così le ho preso i biglietti. vaffanculo, sai che palle biagioantonacci e devo pure tirare fuori settanta euro per farmi sbriciolare le palle da biagioantonacci (spegne il mozzicone nel portacenere e si accende un'altra sigaretta, la terza). però faccio sta cosa e per un mesetto si va da dio, anche se ci vediamo poco, un po' per il mio lavoro, un po' perchè lei non sta granchè bene.
preciso: la ragazza non regge bene il fumo. deve avere tipo delle reazioni allergiche. questo per capire la complessità del rapporto e dei problemi che hanno portato alla rottura.
per farla breve, tutto quanto è andato a puttane nel giro di un sabato pomeriggio.
l. ha ricordi poco chiari di quel giorno. dice di avere invitato un paio di amici nel suo appartamento per vedere non so quale partita sul satellite. si sono rollati un paio di canne, "qualcuno deve aver portato roba buona", ricorda l. "perchè siamo andati parecchio in là a un certo punto".
nella caciara lisergica l. non si è accorto di nulla, completamente perso assieme ai suoi amici fattoni.
la sera, riordinando il casino di cartoni della pizza, macchie di birra, cenere e mozziconi, l. è stato quasi colto da un colpo apoplettico. con la paranoia accentuata dal fumo, ha scoperto con terrore di aver fatto dei filtrini coi biglietti di biagio antonacci.
- ancora non ricordo come cazzo sono saltati fuori quei cosi. forse ci stavo scherzando con gli altri. sta di fatto che quando li ho trovati erano a pezzi, alcuni dei quali spenti nel portacenere.
- ti sei fumato i biglietti del concerto di biagio? - avrebbe tuonato la sua ragazza.
l. si deve essere stretto nelle spalle.
- avanti, non li ho mica fumati. li ho usati come filtro.
che poteva fare se non specificare l'ovvio?
forse starsene zitto? sì, forse sarebbe stato meglio.
sembra che la sua ex abbia lasciato un ultimo augurio a l., quello di andare a quel paese, "tu con tutte le tue stramaledette sigarette".
tutti gli amici di l. sanno che non potrebbe finire altrimenti.
