- uè, sabato c'è il concerto di xxxxxxx, si va?
- bello, sì!
- prendo i biglietti
- vai
il concerto, l'esperienza ancestrale che riporta ogni uomo alla sua condizione naturale di organismo pluricellulare dominato dalle proprie viscere prima ancora che dal proprio intelletto (nei rari casi in cui questo sia effettivamente possibile).
le prime forme di intrattenimento musicale risalgono effettivamente all'età della pietra, quando gli strumenti a disposizione dell'uomo per esprimere le proprie facoltà musicali erano alquanto ridotti, così come le capacità di esecuzione (essenzialmente non ci si schiodava da uno zoppicante 4/4, caratteristica mantenuta nei secoli da migliaia di band di musica rock, ossia - non a caso - roccia).
i concerti, non ancora intesi come puro intrattenimento, all'epoca avevano una funzione specifica, a seconda dell'occasione: caricavano gli uomini prima di una battuta di caccia particolarmente impegnativa o prima di uno scontro con i guerrieri di una tribù nemica, oppure ancora celebravano un lieto evento, propiziavano il raccolto e omaggiavano la divinità (o il suo contraltare, nel caso dei sabba). in ogni caso queste espressioni musicali all'epoca non duravano molto (circa il doppio di un concerto dei ramones, per intenderci).
è interessante notare come, se da un lato il concetto di concerto si è evoluto negli anni, affrancandosi da qualsiasi contesto contingente per diventare un evento a sè stante, ricco di significati intrinsechi (uno su tutti: vendere bruttissime magliette del gruppo che si esibisce, a circa un terzo del prezzo delle altrettanto bruttissime magliette del merchandising ufficiale - che uno dice, e dove sta la fregatura? semplice, dopo il terzo giro di centrifuga in lavatrice, i disegni e le scritte sulla maglietta non ufficiale si scrostano rivelando il faccione di enzo ghinazzi in arte pupo, con le date del tour in mongolia del 2002), è altrettanto vero che, con il passare delle epoche, i frequentatori abituali di questi congressi non hanno mai mutato le proprie caratteristiche peculiari.
il posseduto:
il soggetto in questione prende il concerto come una buona scusa per sfogare le proprie frustrazioni represse. preferisce abitare le zone calde della folla, staziona abitualmente tra le prime file di un concerto di musica roccia, dove potrà approfittarsi di qualsiasi accenno della sezione ritmica per scatenarsi nel pogo, il rituale selvaggio attraverso il quale i posseduti, guidati - va detto - esclusivamente dalle proprie viscere, mostrano di apprezzare il concerto schiantandosi l'uno contro l'altro con crescente vigore. il posseduto sta a un concerto come un hooligan sta a un evento sportivo.
il posseduto si riconosce al termine di un concerto perchè è solito mostrare compiaciuto le proprie tumefazioni mentre agita il pugno in cui ha raccolto i propri molari.
il cantante mancato:
si mimetizza tra la folla, apparentemente comune spettatore, spesso trae in inganno per i suoi modi schivi e dimessi ma al dunque rivela la sua natura insidiosa, ai danni dei malcapitati che si trovano nel suo raggio d'azione (da cinquecento metri a qualche chilometro, a seconda della preparazione). il soggetto in questione è uso cantare a squarcia gola, dotato di una potenza vocale invidiabile, sopra ogni singola nota emessa dal cantante ufficiale, stonando irrimediabilmente.
se volevo sentirti cantare, venivo a casa tua e infilavo le monetine nel culo a jukebox di tua moglie, testa di cazzo.
il ballerino mancato:
parente stretto del soggetto di cui sopra, il ballerino mancato non concepisce di trovarsi in un luogo in cui viene suonata musica (qualsiasi genere), senza prodursi in squallidi e tristi passetti di danza. il ballerino mancato è scoordinato e non è solito ascoltare la musica prodotta nell'istante in cui balla. l'importante è che ci sia una base su cui ballare (va bene anche quando il gruppo accorda gli strumenti).
lo sforzo prodotto dal soggetto in questione è notevole, sono stati registrati parecchi decessi in questa categoria nel corso degli anni, con picchi notevoli nei prolissi anni '70 (nel 1975 un ballerino mancato diminuì la propria massa corporea del 70% ballando ostinatamente su un assolo di batteria di john bonham della durata di tre quarti d'ora)
la sfinge:
è molto interessato all'esibizione ma non gradisce il contesto. in genere è a disagio nel dover condividere l'evento con le altre categorie e, più in generale, con altri esseri umani. si stabilisce nelle retrovie, a scapito della visuale. preferisce i concerti nei teatri, dove si sta seduti e si gode spesso di un'acustica (e una visuale) nettamente migliore. di solito sembra trovarsi al concerto per caso. la sua principale caratteristica risiede nel fatto che il suo atteggiamento non lascia trasparire alcun tipo di coinvolgimento emotivo per l'esibizione. i suoi piedi sono ben saldi al pavimento e le braccia stese lungo i fianchi oppure conserte, lo sguardo è penetrante, a metà tra il contemplativo e il "ma che cazzo stanno facendo quei tizi in piedi lassù?"
in rare occasioni mostra un minimo di partecipazione (batte il tempo con il piede o dondola leggermente la testa a ritmo) ma in ogni caso non va oltre l'applauso (e solo quando pensa che il gruppo lo meriti veramente).
latin lover:
che sul palco si stia esibendo un raffinato trio jazz piuttosto che un gruppo di percussionisti napoletani incazzati non fa alcuna differenza, questo soggetto si trova al concerto per un'unica ragione, la stessa per cui frequenta altri tipi di ritrovi mondani: la fica.
non fa molta differenza nemmeno il soggetto con cui si accompagna, uomo, donna, scaldabagno, top-model, topocane, il latin lover insidierà la propria preda dalla prima all'ultima nota, traendo un certo piacere dall'esibire le proprie capacità amatorie in pubblico.
non è raro che questo soggetto si allontani dal luogo del concerto ignaro di accompagnarsi a una persona diversa da quella con cui si era presentato.
- oh, forte oh!
- figata vera
- madò..
- eh, sì.. però minchia, un caldo
- vero, poi oh, ma si può che devono sempre suonare così forte?
- perchè conosciamo le canzoni, se no col cazzo che si capiva
- eh, comunque bello, no?
- 'somma, sì..
- no?
- eh..
- ...
- quanto pelo!
martedì 22 febbraio 2011
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gran concerto |
mercoledì 29 ottobre 2008
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post sulle vecchine impedite che funziona sempre |
ed eccomi lì, al supermercato, di nuovo.
ogni tanto qualcuno se ne viene fuori con una di quelle statistiche assurde che calcolano quanto tempo si spende in totale per le semplici azioni quotidiane, nell'arco dell'esistenza (un terzo della vita lo passiamo dormendo; dieci anni in bagno; tre anni per imparare a parlare e non ne bastano cinquanta per imparare ad ascoltare - ok, questo è hemingway ma ci siamo capiti). mi chiedo quanto tempo si butti in totale al supermercato.
ed eccomi lì, dunque. in coda, ovviamente.
da un po' di tempo a questa parte mi servo alle casse fai-da-te, quelle a cui le cassiere solitamente guardano sempre con un misto di rancore e paranoia, immaginandosi un futuro prossimo in cui nessuno di noi avrà più bisogno dei loro servigi.
davanti a me un coreano ridanciano e una vecchia in pole. sembra un buon piazzamento.
dopo 10 min di attesa, la vecchia è ancora lì che non sa a che santo votarsi.
mi accorgo che il coreano sta cercando di darle una mano. ride e tamburella sul touch screen assieme a lei. dopotutto un quadretto grazioso, non mi scompongo, mi convinco che insieme ce la possono fare.
sullo schermo della cassa automatica compare la scritta intimidatoria: "vuole usare la carta vantaggi?"
la vecchia tentenna, sembra indecisa sul da farsi. forse non ricorda se ha portato con sè la carta o meno.
«careta vantacci, careta vantacci», cinguetta il coreano.
muovendo lentamente la mano, la vecchia porta l'indice verso lo schermo, spostando il dito ossuto tra le due opzioni, corrosa dal dubbio. fisso il suo artiglio ondeggiare ipnoticamente e infine abbattersi sul touch screen. è un sì. la vecchia decide di usare la carta vantaggi. massì, usala, perchè no? vien da pensare.
«careta vantacci, careta vantacci», ripete il coreano, invitando allegramente la nonnina a tirare fuori la carta.
«non ce l'ho», sospira quella.
mi fisso la punta delle scarpe amareggiato, mentre il coreano ridacchia (forse la sta prendendo in giro, ma probabilmente non è così, probabilmente lui è la persona più zen che esista sulla terra. deve essere così, mi dico, perchè non le ha ancora messo le mani addosso).
in quella arriva la cassiera incaricata di intervenire in caso di problemi tecnici. assisto al suo arrivo come alla nascita di una nuova era, fatta di speranze per un futuro migliore, una primavera a ottobre inoltrato. in un niente, mi dico, sbloccherà la cassa, aiuterà la vecchia e ce ne andremo tutti a casa.
la cassiera fissa lo schermo. non fa niente.
«d'accordo, adesso bisogna aspettare che passi il tempo necessario perchè il sistema torni al primo passaggio». la cassiera ausiliaria torna ad occuparsi di altro.
mi sdraio in posizione fetale sul pavimento, avviluppato nello sconforto più totale.
passano altri minuti, da quello che vedo sullo schermo, sembra che la vecchia stia procedendo al pagamento, dunque in teoria dovrebbe aver finito. e allora perchè ad ogni passaggio continua a strofinare l'articolo che ha in mano sul lettore di codice a barre?
fisso intensamente la cassiera ausiliaria. solo tu - implorano i miei occhi - puoi cambiare il corso degli eventi e donarci la forza per andare avanti.
«signora, ha battuto solo il sacchetto ed è passata al pagamento», dice la cassiera.
«non può battere l'articolo. deve pagare il sacchetto e poi ripetere l'operazione daccapo».
stronza imbecille buonannulla di una cassiera inutile. ma vattene, va.
il coreano ride, ovviamente.
la vecchia paga il sacchetto, poi ripete l'operazione per l'affare che ha in mano. butto l'occhio, è un CD a 4,90 euro. però, una vecchia con in mano un CD, si era mai visto. allora faccio il curioso e guardo meglio. e ti pareva. è un CD di titti bianchi (la regina del lissio, per chi non avesse avuto il piacere, e per chi lo avesse avuto, mi dispiace, massima solidarietà).
per come la vedo io, andrebbero installati degli allarmi alle casse, di modo che quando il malcapitato di turno arriva col suo bel CD di liscio e lo passa sul lettore di codice a barre, PEM, parte la sirena e sul posto accorrono un paio di gorilla armati che stendono il poveretto faccia a terra. CD sequestrato e tizio portato nelle segrete del supermercato, per una bella dose di calci sui denti.
passa la voglia, credi a me.
il coreano poi se l'è cavata meglio, con un mio piccolo aiuto, d'altronde ormai mi ci ero affezionato tipo come a un cognato ('fratello' mi sembra esagerato) e gli volevo bene.
finale sulle note di give peace a chance di john lennon.
venerdì 13 giugno 2008
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flower power |
chiacchierando del più e del meno, una mia amica mi ha confidato di voler aprire un negozio e fare la fiorista.
al che, come mi capita spesso di recente, mi sono completamente straniato dal discorso.
mi sono reso conto, a distanza di diversi anni, di non aver mai saputo quale fosse la risposta corretta al tranello del famigerato test dei tre giorni: ti piacciono i fiori? a cui seguiva il più subdolo quesito vorresti fare il fiorista?
ora, per le altre domande del test non ci voleva un genio per capire dove volessero andare a parare. dico, se ti chiedono odi tuo padre? la risposta è ovvia: hai diciotto anni e lui ne ha almeno il doppio, avete stili di vita e ideologie diametralmente opposte. giusto ieri magari ti ha fatto una testa così per come sei uscito da scuola o per altre stronzate simili. perciò sì, diciamo che non corre buon sangue e se ti sforzi abbastanza, potresti anche arrivare ad odiarlo. certo, non in modo assoluto e comunque se rispondessi in maniera affermativa lo psicologo militare avanzerebbe delle obiezioni. perciò no, non odi tuo padre.
è chiaro anche come rispondere alla domanda senti delle voci nella tua testa che ti ordinano di fare qualcosa? se anche per caso ti fosse capitato, è bene non farlo sapere a questa gente.
ma la faccenda dei fiori è un'altra cosa. è un test redatto da uno psicologo, ok, ma pur sempre a contatto con i militari. forse nel chiederti se *ti piacciono i fiori* intendono portare alla luce il tuo lato più sensibile, più femminile, più, come dire.. ricchione?
sì, ti piacciono i papaveri e qualche altro fiore ma non ci fai una malattia, ecco. e poi in primavera ti danno pure fastidio. quindi no, non ti piacciono. ma non sono convinto sia la risposta giusta. anche perchè, se ben ricordo, la risposta si articolava ben al di là del solito sì e no. c'erano forse delle risposte intermedie, sfumature da considerare bene in questi casi.
il vero problema del doppio quesito sui fiori lo porta la seconda domanda. uno può essere portato a pensare che i militari ne facciano una questione di coerenza: ti piacciono i fiori e quindi non vediamo perchè tu non debba voler fare il fiorista. ti sei iscritto a medicina ma, diavolo, ti piacciono o no quei benedetti fiori? sì, quindi morirai dalla voglia di fare il fiorista (prendi lo stetoscopio e cammina).
non ti piacciono i fiori perciò perchè mai dovresti volerci finire in mezzo fino all'età pensionabile? con quell'odore di petali in decomposizione e acqua marcia.
la verità è che quando è toccato a me rispondere a questo test idiota, la procedura del test era stata in parte modificata e tutti, successivamente, sarebbero stati chiamati a colloquio con la psicologa (figura che porta alla mente pellicole d'essai come la dottoressa del distretto militare e affini).
quando ci sono andato io mi ha chiesto se a casa filasse tutto liscio, se avessi qualche vizio (pure ne avessi avuti di rilevanti mi sarei guardato bene dal divulgarli ai militari. "vizi? niente di particolare. beh, talvolta mi sollazzo infilandomi delle pere kaiser nel retto", "ah, e fiuto saltuariamente della brown brown, ma solo nelle feste comandate").
si è parlato di tutto fuorchè di fiori. il che mi porta a pensare di aver risposto correttamente al tranello fiori=fiorista, anche se non ne sono del tutto sicuro.
ho idea che negli archivi dei vari distretti militari ancora attivi, giacciano tutt'ora diverse pratiche con le foto di migliaia di brufolosi adolescenti marchiati come "sovversivi rivoluzionari", tenuti sott'occhio dai servizi segreti, che non intendono intraprendere la professione del fiorista nonostante il loro debole dichiarato per i fiori.
se domani uscendo di casa avvertiste la sensazione di essere spiati o pedinati, beh, potrebbe non essere solo una sensazione.
allora accostate all'improvviso sul ciglio della strada e raccogliete un mazzetto di fiori di campo. annusateli come fossero la cosa più inebriante al mondo.
guardatevi attorno e strizzate l'occhio alla telecamera.
mi piace la gente vivace / non amo chi tace e acconsente / avete per caso già fatto i tre giorni? / io personalmente preferisco la gente insana di mente
martedì 15 aprile 2008
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sette anni fa un tumore al sistema linfatico si portava via joey ramone, storica voce dei ramones, un uomo che non ha mai smesso di "sventolare la sua bandiera freak", nonostante abbia avuto la vita contro, dall'inizio alla fine.
aveva solo 49 anni.
qualche mese prima di andarsene, scivolò su una lastra di ghiaccio fuori dallo stabile dove alloggiava all'epoca, rompendosi un'anca. stette sdraiato per una vita, immobilizzato dal dolore, mentre la gente gli passava accanto indifferente, scambiandolo per un tossico o chissà che. per il suo aspetto. per i lunghi capelli arruffati che gli coprivano il volto, allora come mille altre volte prima di allora, in uno degli innumerevoli concerti tenuti con la sua band. e per quel viso, già di per sè poco aggraziato, trasfigurato dal dolore.
e nonostante tutto, credo, non deve aver mai perso fiducia nella gente, almeno nella sua gente, a cui dedicò il titolo del suo primo - e ultimo - disco solista, dopo trent'anni di carriera col gruppo, don't worry about me e la splendida cover di what a wonderful world di louis armstrong.
un inguaribile ottimista, non c'è che dire.
mercoledì 23 gennaio 2008
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cime tempestose |
ho letto della morte di heath ledger in un trafiletto su un quotidiano.
ovviamente DOPO la seguente conversazione:
madre: è morto quello di *brobbebbaunti*, lì, che non riesco mai a dirlo.
stgvs (pensando a jake gyllenhaal e al fatto che, con quella faccia da bravo ragazzo, ha fregato proprio tutti): ma chi?
madre: non quello che ha fatto *superman*, l'altro.
stgvs: ma chi? nessuno di quelli che hanno fatto *brokeback mountain* era in *superman*!
madre: non superman, scusa, l'*uomo ragno*.
stgvs: ??? nessuno di quelli che hanno fatto BBM era nell'uomo ragno.
poi capisco, mia madre deve aver confuso gyllenhaal con tobey maguire.
stgvs (per conferma): il biondo o il moro?
madre: il biondo.
stgvs (quasi sollevato, chissà poi perchè): heath ledger.
madre: ecco.
ora tutto sta all'esame tossicologico. sono stati ritrovati dei sonniferi accanto al letto dove ledger è morto, potrebbe anche trattarsi di un'overdose accidentale. anche nick drake se n'è andato così. in questi casi, non si riesce mai a capire se si tratta di suicidio o morte accidentale. se sei della famiglia, ti racconti che è morte accidentale. ma più probabilmente è un tentato suicidio, magari poco convinto, di certo perfettamente riuscito.
e ora vorrei che tu ti unissi a me nel mandare A FARE IN CULO quelli della westboro baptist church, che oggi gongolano e progettano di picchettare i funerali dell'attore scomparso, reo di aver interpretato il cowboy omosessuale nella pellicola che gli ha portato fama e successo internazionali. cani bastardi che ancora oggi se ne vanno in giro a dire che dio odierebbe gli omosessuali (fag, nell'accezione da gentleman che quei luridi porci preferiscono utilizzare). bigotti senza vergogna che si permettono di scrivere in un comunicato che ora ledger "è all'inferno dove ha cominciato a scontare la sua condanna eterna".
auguratevi che il vostro dio omofobo sia anche un dio misericordioso, imbecilli.
god hates the westboro baptist church.
mercoledì 31 ottobre 2007
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maccheroni elettronici |
quando ti arrivano certe cose sulla scrivania, capisci che da qualche parte c'è qualcosa che non va. e anche se ti viene da ridere, dentro di te sai che è sbagliato. che dovresti prendere e andartene a casa.
tanti saluti a tutti e buonanotte.
che poi almeno non si atteggiassero. dico, se sei un buzzurro almeno evita di riempirti la bocca di aria fritta e spocchia a strafottere. e di firmare le mail con una sequela di qualifiche inutili tipo "friend of the web marketing manager assistant's mother-in-law". ma soprattutto evita gli errori nel testo, almeno i più grossolani per dio. e gli strafalcioni linguistici come quello che ha scatenato la mia indignazione:
dunque mi arriva questa busta sul tavolo. la busta è urgente, si capisce.
altro campanello d'allarme che dovrebbe risvegliare qualche coscienza, la parola urgente. è usata un po' per tutto, diciamolo. ho una fila lunga così di mail nella posta in ufficio con il cazzo di punto esclamativo rosso accanto. ! è urgente! se poi dopo l'ennesima mail con punto esclamativo, fai anche soltanto finta di sbattertene una volta tanto, ci pensa la testa di minchia di turno: «pronto? ciao, sai la mail che ti ho mandato trenta secondi fa? beh, sarebbe una cosa urgente». poi leggi e magari è, chessò, un messaggio per il fantacalcio aziendale.
allegata alla busta c'è la comunicazione.
e sì, perchè oggi funziona così.
stgvs ― «pronto? ho bisogno di questo, questo e quest'altro».
pincopalla ― «uhm, ok d'accordo, mandami una comunicazione».
stgvs ― «ma fino a ieri non ti serviva».
pincopalla ― «e lo so ma adesso mi serve».
stgvs ― «e se non te la mando?»
pincopalla ― «può anche essere che non ti faccio quello di cui hai bisogno».
stgvs (dopo un lungo silenzio di sbigottimento) ― «questo è un ricatto, lo sai vero?»
pincopalla ― ...
stgvs ― «ok, ti mando la comunicazione. però voglio che mi mandi una comunicazione in cui mi dici che da oggi in poi hai bisogno di una comunicazione, va bene?»
sulla comunicazione c'è una lista di materiale in arrivo, roba per una conferenza, cuffie, microfoni e cavetti di connessione vari. il tutto debitamente tradotto in english, of course.
così mi capita di leggere: earphones, microphones... e poi lo vedo, di sfuggita. penso, non può essere, avrò visto male. e invece no, c'è scritto davvero. earphones, microphones and... CAVETTIS OF CONNECTION. ebbene sì. cavettis.
beh, very well my friend, you have SPUTTANATED yourself soooo bad.
dedico il post a un grande del trash italiano recentemente scomparso, guido nicheli in arte dogui, il leggendario signor zampetti nei ragazzi della III C.
mi hai sempre fatto morire dal ridere. grazie.
martedì 16 ottobre 2007
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fortune teller (aka "effetti collaterali cinematografici") |
molti bambini sognano di diventare grandi, senza considerare (e come potrebbero) le innumerevoli implicazioni del loro desiderio. io, tanto per distinguermi, interiorizzai a tal punto la volontà di crescere da esserne terrorizzato. per diverso tempo infatti, da piccolo credetti di essere affetto da progeria, una sindrome degenerativa che comporta un rapido invecchiamento del fisico (ma non della mente).
non so cosa me lo facesse credere (ho sempre dimostrato la mia età, se non addirittura qualche anno di meno) ma penso di sapere perchè. sospetto sia stata tutta colpa di un film - che probabilmente non vidi nemmeno, forse me lo raccontarono soltanto - in cui un tizio affetto da progeria dà fuori di matto e decide di far fuori chiunque gli capiti a tiro.
per quello che ne potevo sapere io, la furia omicida poteva essere una delle conseguenze della malattia. dunque non stavo solo rapidamente invecchiando ma presto avrei anche ucciso la mia famiglia.
poi arrivò tom, il tom prima maniera, quello che avevo imparato a conoscere in una serie TV intitolata henry e kip (dall'originale bosom buddies, che da noi suonerebbe tipo "i compagni tette"), in cui lui e un suo amico si travestono da donne per abitare in un pensionato femminile.
nel film di tom c'è un bambino mingherlino e anche un po' bruttino se vogliamo dirla tutta, che una sera esprime il desiderio di diventare adulto ad una macchina a gettoni del luna-park e la mattina dopo si sveglia nel corpo di tom hanks. solo che la gente non lo riconosce, perchè all'epoca tom doveva ancora girare i grandi successi che gli avrebbero dato fama e lustro planetari.
non sapevo cosa fosse peggio, se invecchiare prematuramente ed impazzire, uccidendo barbaramente i miei cari o svegliarmi nel corpo di, chessò, benicio del toro, dieci o quindici anni prima di traffic, brutto e povero (ho preso del toro perchè è uno con cui non farei a cambio. se mi svegliassi nel corpo di, per andare sul sicuro, brad pitt anche dieci o quindici anni prima di sleepers non sarebbe un grosso problema, anzi).
poi arrivò michael e con la pubertà accantonai definitivamente il discorso progeria per gettarmi in un altro inferno, un tantino più subdolo e possibile: il parkinson.
avevo visto michael diventare un fighissimo lupo mannaro (metafora dell'adolescente che si fa uomo) e volevo anch'io surfare sul tetto di un'auto in corsa, sulle note di surfin' USA; lo avevo visto fare avanti e indietro nel tempo su una vecchia delorean, usare il suo acume e il suo incredibile ingegno per fare carriera in una grande città (nell'evoluzione naturale del personaggio di alex keaton).
e poi all'improvviso, scosso dai tremori, annunciava di essere affetto dal morbo di parkinson. tutto era cominciato - raccontava - con un tremore al mignolo, durante le riprese di doc hollywood. inutile dirlo, presi ad interpretare il minimo spasmo muscolare come un sintomo della malattia, l'inizio della fine.
per farla breve, non sono mai stato affetto da progeria o dalla sindrome di werner e, se dio vorrà, non dovrò avere a che fare col parkinson ancora per un bel pezzo. ma i film, quelli saranno sempre in agguato e quando meno me lo aspetterò, sarò di nuovo in un bagno di sudore, con gli occhi spalancati nel cuore della notte, in pieno attacco cardiaco, pregando con tutto me stesso di non essermi svegliato nel corpo di renato pozzetto.
martedì 9 ottobre 2007
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elogio del pistone |
a volte semplicemente succede. succede che ti trovi nel posto giusto, nel momento giusto. e - come diceva ieri sera il mio amico m. (a cui va il merito di avermi introdotto al mondo del signore qui accanto) - ti chiedi come hai fatto finora senza di lui. come hai fatto finora senza il pistone (che, come precisa un suo amico, più che un cognome è un soprannome).
di cenni sulla mirabolante parabola di marco pistone, dall'infanzia siciliana all'apertura del barcelona, passando per innumerevoli mestieri nella milano degli anni 80/90, se ne trovano a sufficienza su www.barcelonacafe.it (entrato di diritto a far parte dei pochi - ma buoni - link del blog).
se c'è un genere letterario che conosco bene è la biografia rock: è a questo genere che si può ascrivere la vita di marco.
perchè marco non è solo un personaggio (dotato di un magnetismo non indifferente, peraltro), è soprattutto un uomo che ha inseguito i propri sogni con tenacia e perseveranza facendo della propria passione una ragione di vita.
basta guardarlo mentre incanta i clienti parlando delle sue mille idee e creazioni con continuo fervore.
cristo, ieri era solo un qualsiasi lunedì di ottobre. se mi aveste incontrato ieri in ufficio avrei faticato a porgervi qualcosa di più che un sorriso stiracchiato.
ecco, per il pistone è diverso. per lui non era solo lunedì. per lui era un altro giorno da sfruttare all'osso, per esprimere la propria creatività.
stavo bevendo uno dei miei cocktail preferiti, la martelada, quando il pistone si è avvicinato al tavolo e ha dichiarato: "all'uomo piacciono solo due cose: il succo di fica (pausa tattica) e.. il succo di fico", quindi ci versa un dito di liquore in un paio di bicchierini, da una mezza bottiglia misteriosa.
la fragranza del fico è inebriante e il sapore del nettare è sublime, un'esperienza ultrasensoriale, mai assaporato niente di simile. si trattava di un test, qualcosa che marco vorrà introdurre nel menu in un (spero molto) prossimo futuro (mi ha confidato che nel giro di un paio di settimane dovrebbe arrivargliene una scorta. sono praticamente già seduto ad aspettarlo).
dopodichè gli chiediamo un cocktail a piacere, per concludere la serata (un aperitivo degenerato in una sessione alcoolica di quasi due ore, senza che ce ne accorgessimo) ed il pistone, probabilmente con la stessa intensa passione del primo giorno, ci parla della coffee caipiriña, un drink futurista come lui stesso lo definisce, che sarà il cocktail dell'estate 2008 (cachaça, lime, zucchero di canna bianco e ghiaccio a scaglie, con l'aggiunta di caffè espresso e gazzosa). un cocktail culturale, sempre per usare le sue parole, che mescola la tradizione dell'italia meridionale (la gazzosa al caffè calabrese) con quella brasiliana.
una bomba!
l'approccio del pistone alla sua professione è lo stesso di un bimbo che vede il mondo per la prima volta: continuo stupore e voglia di scoprire qualcosa di nuovo, ogni giorno.
non si può pretendere di meglio.
sabato 15 settembre 2007
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blow-up (aka 'pornografia') |
questa sera mi trovavo in una nota multisala dell'hinterland milanese. curiosavo con cha nella vetrina di un negozio di gadgets cinematografici, in attesa di poter accedere alla sala per assistere al film dei simpson.
tra il casco di darth vader e l'action figure di jack sparrow, c'era una teca contenente il modellino scala 1:1000 delle twin towers (vedi immagine intera).
il modello è venduto in pezzi da assemblare. cha ha fatto una battuta riguardo la scatola piena di macerie e polvere.
ricostruisci le torri gemelle. oddio, un po' ci sono rimasto. non so cosa fosse peggio, se il plastico o la macabra action figure di john lennon nel suo periodo newyorkese (della cui scatola è visibile un particolare nella foto, a sinistra, dietro la teca col world trade center).
nobody told me there'd be days like these... strange days indeed.
il film sui simpson è stato uno spasso, forse anche perchè le aspettative erano basse. dopo aver visto qualcuno degli ultimi episodi, pensavo che ormai la banda di groening fosse alla canna del gas. mi sono dovuto ricredere. sketch azzeccati, quasi novanta minuti filati senza momenti morti.
ma ancora una volta, il meglio l'ha dato il pubblico.
poco prima che partisse il film, col buio in sala, un pirla seduto nelle prime file ha gridato: «xxx culo, culo chi non lo dice!». quel CULO gridato dalla sala mi risuona ancora nelle orecchie. non ho avuto la prontezza di unirmi al boato corale. è stato lì che ho realizzato come i miei anni da liceale siano irrimediabilmente andati.
e per finire, la ciliegina: a un certo punto sullo schermo è apparsa la scritta blow-up springfield, far saltare in aria springfield. ebbene, la tipa che mi sedeva accanto ha chiesto al suo ragazzo di tradurle la frase. quel pipparolo, che l'inglese l'ha imparato bene dai film porno, ci ha pensato su e poi ha sparato: «vuol dire risucchiare springfield».
*old pig*!
venerdì 29 giugno 2007
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teenage lobotomy |

no, internet non mi è mancato più di tanto. anche perchè potevo consultare occasionalmente posta e cazzi vari dal lavoro.
in ogni caso credo mi abbia fatto bene stare per qualche tempo lontano dallo schermo. avevo anche ripreso un po' di vigore. l'alone verdastro se n'era quasi andato via dalla mia faccia. riuscivo a reggermi sulle gambe semi-atrofizzate per più di cinque minuti, senza sentire il bisogno impellente di vomitare in ogni angolo. certo, non è passato tempo a sufficienza per guarire dall'impotenza ma almeno ho recuperato una minima parvenza di sano appetito sessuale, senza bisogno di ricorrere a video di porno estremo tedesco (il più trucido e abominevole, secondo forse solo al porno interspecie - e dico *forse*), gli unici che ancora riuscivano a dare l'impressione di poter trasmettere una scossa al mio ippocampo sottosviluppato.
avevo smesso di sporcarmi ogni quarto d'ora. i miei tutori avevano persino mandato a casa morag, l'infermiera che mi assisteva la notte. una mattina, a colazione, sono addirittura riuscito a mordicchiare un frammento di fetta biscottata intinta nel tè bollente. niente più tubicini nelle braccia e nel collo, capisci?
non che lo sforzo mi sia costato niente. nella foga di dimostrare a me stesso di poter essere qualcosa di più che l'ombra dell'uomo di un tempo, ho rovesciato la tazza di tè bollente sul pavimento. ho riportato un'ustione di secondo grado al piede sinistro, ma la vuoi sapere una cosa? beh, cristo, ogni volta che guardo quel benedetto piede bendato ripenso a quel momento in cui sono stato lì lì per *rinascere*, capisci, e subito il mio cervello molliccio in fase di desquamazione rilascia un fiotto di endorfine. è successo anche ora. e sì, mi sono pisciato addosso di nuovo, ma che me ne frega?
con il ritorno dell'aidsl è tornata in servizio anche morag. non dirlo a nessuno ma quando mi sporco una volta di troppo la notte, quella vigliacca mi batte sulla bocca con il manico della sua spazzola. puttana. quando i miei tutori hanno chiesto spiegazioni circa il gonfiore delle mie labbra, morag mi ha prima fulminato con il suo sguardo severo, poi ha sorriso e con aria sorniona ha detto: «signorino si morde labbro di notte. io cerca di ferma lui ma non sempre io riesce».
i miei tutori se la sono bevuta, chiaro e io mi guardo bene dal dire qualcosa, morag aspetta solo un mio passo falso per sentirsi autorizzata a fare ben altro con quella dannata spazzola di legno.
ieri, durante l'ultima visita a domicilio, il dottore aveva il volto corrucciato. però poi, tolto lo stetoscopio dalla mia schiena, ha detto al solito: «è tutto a posto, non c'è da preoccuparsi».
poco più tardi l'ho sentito parlare coi miei tutori, nella stanza accanto. ha detto che mi rimangono neanche 200 ore di connessione da vivere. poco più che una settimana, grosso modo.
poi, finalmente, sarò libero.
mercoledì 13 giugno 2007
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i vicini di casa |
l'altra mattina tornando a casa, mi sono imbattuto nel trasloco dei miei vicini. c'era un furgone parcheggiato vicino all'ingresso del condominio con all'interno qualche suppellettile accatastato. mi è bastata un'occhiata per capire cosa stesse succedendo. certo, il fatto che di lì a poco il vicino sia uscito dal portone trasportando un comodino sulle spalle, mi ha aiutato nella brillante deduzione.
a dirla tutta, l'ho vissuta un po' come un colpo basso. mi aspettavo che, vedendomi, il vicino si fermasse di colpo, guardandosi le punte delle scarpe imbarazzato.
- dunque state tagliando la corda? - avrei domandato io visibilmente contrariato.
- beh, sì, cioè, noi te l’avremmo voluto dire però, sì insomma.. sai com'è.
a quel punto avrei alzato la mano come per dire ’ne ho abbastanza’ e avrei proseguito oltre, lasciandolo lì, lui e il suo comodino di merda.
il fatto è che ormai mi ero abituato alla loro presenza. non abbiamo stretto un rapporto particolare, anzi. in due o tre anni ci saremmo scambiati sì e no gli auguri di natale e qualche saluto. ma loro erano i vicini, nel senso più stretto del termine. erano quelli che stavano dall’altra parte del muro, per intenderci. e mi piacevano. mi piaceva la musica che ogni tanto usciva dalle loro finestre, mi piaceva quando lei stendeva i panni e la bimba le giocava intorno, quando lui se ne stava a fumare i joint sul balcone a torso nudo, con la panza e la faccia da bravo ragazzo. forse se mi fossi sforzato un po' saremmo potuti diventare amici e adesso ogni tanto andremmo tutti a farci un bicchiere e due chiacchiere. chi lo sa.
questa insana dipendenza da vicino è nata tanto tempo fa. avrò avuto sì e no tre, quattro anni al massimo. ero al mare con la mia famiglia, in una grande casa assieme ai fratelli e alle sorelle di mio padre, con relative mogli, mariti, fidanzati e prole. insomma, il classico bordello vacanziero. ricordo che mi piaceva molto stare con il fratello più piccolo di mio padre e la sua ragazza. il fatto che spesso m'infilassi nel loro appartamento non dev'essere stata una gioia per mio zio, che probabilmente desiderava trascorrere più tempo possibile da solo con la sua futura sposa, piuttosto che avere tra le palle uno schizzetto appiccicoso. alla mia futura zia non dispiaceva, ma credo fosse il suo istinto materno prevaricante.
sono sempre stato un vicino attento e premuroso, io. e mai invadente, se non consideriamo l'esperienza al mare di cui sopra.
una volta me ne stavo tornando a casa da scuola quando vidi un portafogli per terra. apparteneva ai miei vicini di allora. oltre a qualche spicciolo, nel libretto c'erano le tessere del bancomat di lui e di lei. e i numeri. cazzo, allora non me ne resi conto ma abitavo accanto a due *maledetti geni*.
quando restituii il portafogli, quei due bastardi ingrati mi guardarono sospettosi, restando asserragliati sul ciglio della porta, smozzicando un grazie stiracchiato e riluttante. non un sorriso debitore, non una benevola carezza riconoscente (allora non c’era nemmeno il rischio che qualcuno li denunciasse all’istante per pedofilia).
mi chiedo chi saranno i miei prossimi vicini, che facce avranno, che tipo di musica ascolteranno, che tipo di zerbino metteranno fuori dalla porta, se avranno qualche animale domestico, se la sera faranno casino fino a tardi o se praticheranno qualche oscuro culto che contempla il sacrificio di capretti e ragazze vergini dai capelli verdi. mi chiedo quanto resteranno, quando decideranno che questo posto fa veramente troppo cagare per restarci un giorno di più.
ma non sarà più un problema per me. ho imparato la lezione, come si suol dire. col cazzo che la prossima volta mi farò cogliere alla sprovvista. quando il furgone dei traslochi ricomparirà sul vialetto di casa sarò pronto.
- ciao, ve ne andate di già? – domanderò col sorriso sulle labbra.
- già, ci stavamo pensando da un po’.. sai com’è.
- era ora.
giovedì 31 maggio 2007
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pendulum |
al giovane hank piacciono i rituali. quando ci siamo sentiti al telefono cinque minuti fa me lo ha ricordato, raccontandomi di una delle sue ultime imprese.
conosco hank da quando aveva sedici, diciassette anni. lavoravamo insieme per il giornale scolastico. mi considerava un mentore perchè avevo qualche anno più di lui ma non credo di avergli mai detto una parola su come *affrontare il pezzo*, come dicevamo all'epoca. in realtà, in qualità di caporedattore, non facevo altro che comparire ogni tanto alle riunioni della redazione (spesso a riunione bell'e cominciata) mettendomi in un angolo a sonnecchiare, senza esercitare alcun potere decisionale su quanto veniva discusso per la pubblicazione, salvo quella volta in cui posi il veto sull'articolo di un tizio che voleva denunciare l'attività illecita di spaccio alcoolici promossa dal bar dell'istituto. tutti mi fissarono increduli, forse perchè molti di loro sentivano la mia voce per la prima volta. al che ressi il loro sguardo sconcertato e ribattei democraticamente: il caporedattore sono io in fondo, si fa come dico io.
spedivo via mail i miei editoriali grigi e sterili, pieni zeppi di luoghi comuni e frasi vuote, brodaglie riscaldate che avevo scritto tutte in un unico pomeriggio e che periodicamente, una volta ogni due mesi, ripescavo dal cilindro e rispolveravo, prima di inviarle in redazione.
hank era l'unico dei ragazzi a starmi simpatico. a volte mi avvicinava con un pretesto (in genere agitava una lattina di birra nella mia direzione), per poi chiedermi consiglio su una frase da utilizzare per il suo prossimo articolo. di solito mi limitavo a grugnire (una volta per dire di no, due per dire sì), ostentando il massimo distacco possibile. non che questo lo scoraggiasse, ogni volta mi ringraziava come se lo avessi effettivamente aiutato. in realtà faceva tutto da solo.
i suoi pezzi erano sempre acuti e taglienti. conosceva alla perfezione le cose di cui scriveva, si documentava molto bene e riusciva a trovare sempre il modo giusto per trattare l'argomento. cristo, faceva quasi vera informazione. peccato poi che tutto finisse in mezzo ad un'accozzaglia di stronzate da liceali.
un giorno mentre mi stavo finendo una delle sue birre/esca, lui si guardò di lato furtivo e poi, quasi arrossendo, lo ammise. sono un abitudinario, disse.
sorrisi, immaginandomelo in una delle situazioni narrate nel pezzo di elio e le storie tese. ma hank restò serio e così smisi di prenderlo per il culo e gli passai la lattina vuota: - che vuoi dire?
- la mattina appena sveglio devo fare un numero preciso di cose e sempre nello stesso ordine. se per una qualche ragione non riesco a farle come devo, posso anche evitare di uscire di casa, perchè tanto non funzionerebbe. andrebbe tutto a puttane, tutto quanto.
- nel senso?
- nel senso che se ad esempio non finisco il latte in sette sorsi o se, bevuto l'ultimo sorso, rimane un numero dispari di cereali appiccicati in fondo alla tazza, se non mi spazzolo i denti in un ordine preciso, se non mi pettino con un certo numero di colpi di spazzola, se non sorrido prima che la mia faccia scompaia dallo specchio, se mia sorella si dimentica di salutarmi prima d'infilarsi in bagno, se non sento la sigla del tg della mattina prima di uscire, se non apro e chiudo tre volte il portone di casa, se non percorro il vialetto di casa in dodici passi esatti, se mi si disfano le stringhe delle scarpe mentre cammino verso la fermata dell'autobus, la giornata andrà a rotoli. perderò l'autobus e mi succederà qualcosa di tremendo. e questo solo per la mattina. per il resto del giorno ho un programma preciso e dettagliato.
gesticolando sfiorò per caso la lattina appoggiata sul ripiano accanto a sè. la toccò di nuovo per sedici volte di fila, molto velocemente.
- ok, sei un tantino complicato, ma nel loro piccolo tutti c'hanno qualche menata del genere, non ti credere - dissi.
- sì ma c'è dell'altro.
- del tipo?
- prima di fare qualcosa d'importante, devo prendermi del tempo per pensare - ammise.
- mi sembra piuttosto normale - ribattei.
- sì ma io, ecco, io mi dondolo.
- sarebbe a dire?
- mi dondolo, avanti e indietro, mentre penso a quello che devo fare.
- e lo fai.. per molto tempo?
- dai cinque ai dieci minuti. vado tipo in trans, mi puoi pure parlare ma non ti sento. ti parlo, se mi va, ma non ho idea di quello che dico. sto da un'altra parte, sai com'è. mi concentro troppo. tipo coma vigile.
- e dondoli.
- già.
non ho idea del perchè mi rivelò questo curioso particolare del suo essere. ma mi piacque. non lo giudicai in quanto soggetto ossessivo compulsivo schizoide. lo trovai semplicemente bizzarro, a suo modo, affascinante.
quando mi ha chiamato poco fa era piuttosto eccitato: - ho fatto un colloquio ieri - mi ha detto.
- cioè, una specie, cioè, ti spiego, il posto era una merda, tipo call-center, però ultimamente sono un po' alle strette e non è che possa farmi mantenere a vita (hank è un fuoricorso fiero e convinto).
- ti hanno preso?
- credo di sì (risatina). mi hanno fatto sedere in questa stanzetta spoglia e mi hanno detto di aspettare. così io mi sono messo lì seduto a guardarmi intorno. ho contato undici oggetti sulla scrivania, anche se per arrivare a undici ho dovuto contare la foto, la cornice e il vetro come tre elementi separati.
- mi sembra giusto.
- sì (risatina) però poi ho pensato che a quel punto anche il telefono potevo scinderlo in tre pezzi: cornetta, tastiera e cavo del telefono.
- giusta osservazione.
- ecco appunto, così sarebbero stati tredici pezzi e non più undici. allora pensa che ti ripensa mi sono messo a dondolare.
- eccolo.
- già (risatina). quando mi sono ripreso il tizio che nel frattempo si era seduto davanti a me mi ha sorriso e mi ha allungato la mano. io gliel'ho stretta e lui mi ha detto: che dire d'altro, mi sembra un tipo in gamba, le faremo sapere.
- giuralo!
- lo giuro, ha detto proprio così.. non ho idea di cosa io gli abbia detto. ma non ho finito, ti dicevo, mi stringe la mano, no, poi me la porge ancora e in tutto ce la stringiamo tre volte di seguito.
- allora vi intendevate.
- a-ah, mentre uscivo l'ho sentito aprire e chiudere il cassetto della scrivania almeno dieci volte.
hank ha sorriso, immagino ravviandosi i capelli nervosamente, per sette volte di fila, tipo.
- senti però, quella foto.. io il vetro lo considererei parte integrante della cornice - faccio io. - e così staresti a dieci pezzi.
e dall'altro capo del filo ho potuto sentire hank riprendere a dondolare.
venerdì 25 maggio 2007
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arnold layne |
la nuova generazione ha teoricamente una mentalità più aperta delle precedenti riguardo la sessualità. dico *in teoria*, perchè al lato pratico in pochi accettano con naturalezza l'espressione delle tendenze sessuali dell'essere umano. non a caso la maggior parte dei comici se la sfangano sempre alla grande con una battuta a sfondo sessuale. se poi ci mettiamo a parlare di *omosessualità* il gioco è ancora più facile.
non mi sono mai illuso di avere una mente aperta. col tempo tante questioni delicate sono diventate ordinarie, il che non significa per forza di cose che io le abbia in qualche modo *comprese*. le ho semplicemente accettate, più in maniera passiva che attiva.
così ho deciso di *considerare* di nuovo le diversità, piuttosto che ignorarle.
l'occasione si è presentata grazie a jenny bailey, il nuovo sindaco di cambridge.
apprendo della sua nomina durante la pausa pranzo, tra una forchettata di piselli mollicci e una cucchiaiata di mousse al tonno. penso, buono, più donne al potere, più donne al potere. jenny bailey è donna in effetti, ma solo da quindici anni. la notizia in breve ha fatto il giro del mondo: jenny, 45 anni, transessuale e primo cittadino di cambridge (in quest'ordine). in italia è stata definita la luxuria d'inghilterra, quantunque obiettivamente più brutta del nostro deputato transgender.
ho fissato per un po' la foto diramata dalle agenzie giornalistiche e poi mi si è interrotta la digestione. non è stata la rara bruttezza di quel volto sorridente o l'idea che quella signora in TV un tempo avesse il pisello. spalando con la forchetta il mix di verdura spappolata e mousse dal piatto direttamente nel cestino dei rifiuti, mi sono messo a considerare il cambiamento di sesso dal punto di vista pratico.
insomma, quando prima parlavo di trans, pensavo automaticamente a un film di almodovar o a priscilla, la regina del deserto, a hugo weaving e terence stamp in drag. e più che altro sorridevo (insomma, il generale ZOD di superman II all'improvviso gettava la maschera e se ne andava in giro vestito come una vecchia mignotta, cerca di capire).
le cose erano già cambiate qualche anno fa quando seppi di david palmer, arrangiatore e tastierista dei jethro tull fino al 1980, e della sua decisione di diventare *dee* palmer. a riguardo, ian anderson dichiarò: "I have known for the past two years of david palmer’s intention to undergo gender-changing procedures and, like many other people who have known david for three decades as a bearded, pipe-smoking man’s man, I found it difficult to understand at first. but I fully support his decision to undertake a new life as a woman".
così oggi, dopo il servizio sul sindaco trans, ho deciso di documentarmi e smettere di ignorare la questione transgender. basta mezzi sorrisi e battute trite e scontate. basta parrucche e zatteroni. basta platinette.
l'operazione in italia è definita ri-attribuzione chirurgica di sesso. l'operazione è la fase finale di un processo lungo, attraverso il quale il soggetto che intende cambiare sesso viene sottoposto ad attente analisi psichiatriche e cure ormonali (circa un anno e mezzo/due anni prima dell'operazione).
ma andiamo al sodo. prima cosa, le tette. la cura ormonale non garantisce uno sviluppo adeguato ai desideri della persona che si sottopone all'operazione. così viene effettuato un normale intervento di mastoplastica, inserendo due borse di silicone sotto le ghiandole mammarie (o i muscoli pettorali).
per meglio definire il nuovo aspetto esteriore qualcuno si fa togliere anche un paio di costole, in modo da rendere i fianchi più sinuosi, ridurre il pomo d'adamo e levare la barba con un trattamento laser.
e poi, la vaginoplastica. il processo si completa in due fasi. demolizione (e già qui mi si stringono le palle) e ricostruzione. in primo luogo vengono asportati gli organi genitali (il soggetto viene castrato). vengono esportati i corpi cavernosi e l'uretra (gli svuotano la salsiccia). dopodichè, nella fase ricostruttiva, la pelle del pene viene rovesciata come un calzino (in termini tecnici si introflette la pelle a dito di guanto) e una parte del glande viene isolata per costruire il clitoride.
sembra che nell'80% dei casi la cosa funzioni, tanto che il soggetto riesce a raggiungere l'orgasmo. certo, il 20% non è una percentuale così bassa quando ci si mette a ragionare sul fatto di poter perdere per sempre la capacità di godere di un rapporto sessuale.
soggetto A - uhm, 20%. è tantino, cazzarola.
cervello - stai dicendo che potrei perdere la mia dose quotidiana di endorfine?
soggetto A - oh beh, c'è sempre l'80% di possibilità che vada tutto bene.
cervello - col cazzo! io ho bisogno delle mie maledette endorfine, è chiaro??
soggetto A - OK, se va male al limite diventiamo eroinomani.
cervello - ti prendo in parola.
dopodichè è prevista una serie di interventi mirati a modellare grandi e piccole labbra, vulva e tutto il resto. dopo l'intervento, per dare forma alla nuova cavità e per impedire che si riduca naturalmente di diametro, il soggetto deve inserire un tutor nella nuova vagina, inizialmente un plug fisso e poi un fallo da introdurre periodicamente.
nel processo inverso, da donna a uomo, la faccenda è anche più lunga e complessa. già a partire dal torace, una mastectomia riduttiva non è sufficiente. non parliamo poi quando arriva il momento di costruire un pene. spesso ha solo una mera funzione estetica ma può essere dotato di un'uretra artificiale per sbrigare la funzione urinaria o di una protesi per consentire l'erezione e i rapporti sessuali. anche in questo caso gli organi genitali, l'utero e le ovaie vengono asportati. la vagina solo in alcuni casi, perchè normalmente tende a ridursi in modo naturale.
cercare di comprendere il significato del termine transessuale, almeno nella sua accezione fisiologica, non mi aiuta a capire perchè una persona senta di non appartenere al proprio sesso e voglia stravolgere il proprio corpo per sentirsi meglio, ma può servirmi per rompere certi preconcetti.
e a chi, come me, continuerà a farsi beffe dell'aspetto del nuovo sindaco di cambridge, vorrei che la signora bailey rispondesse citando il grande generale ZOD di cui sopra che, vestito da signora per bene in priscilla, sbotta in faccia ad una carogna cicciona: "ora stai a sentire brutta manza, apiccati il fuoco alla cordicella del tampax e fatti esplodere la caverna, perchè è l'unica botta che avrai mai nella vita, tesoro caro!"
venerdì 18 maggio 2007
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GOLIMAR! |
nella mia famiglia c'è un sacco di gente stramba. succede, se la famiglia è numerosa. in ogni caso non siamo proprio tutti a posto, per dirla in parole povere. cercando di essere più specifici, potrei dire che un buon 30-40% della stirpe ha dei seri problemi mentali. ecco, io mi colloco tranquillamente in questa percentuale.
non sono una persona normale. basterebbe osservarmi nel quotidiano, sempre che qualcuno già non riesca a farlo (e sempre che questo qualcuno sia anche *disposto* a farlo). ci sono dei momenti in cui do letteralmente fuori di matto. me ne accorgo, questo è certo, altrimenti non potrei scriverlo in questo momento. quindi sono costantemente in grado di intendere e di volere, nessuna difesa potrebbe mai invocare la semi infermità mentale per il quippresente, se mai dovessi finire sul banco degli imputati.
dice ti credo, tuo padre ha messo un nano da giardino sul balcone.
ma io sono arrivato alla frutta molto tempo prima. sarà che poco dopo essere venuto al mondo ho preso le sembianze di un mostro giallognolo (ero itterico) e grazie a questo fatto sono riuscito ad intraprendere una breve quanto fulminante carriera cinematografica.
infatti non passò molto che i miei genitori riuscirono a proporre il mio viso sfigurato dall'ittero a registi horror del calibro di claudio fragasso, lucio fulci ed enzo castellari (che fece da padrino al mio battesimo). nel giro di pochi giorni girai una serie infinita di scene raccapriccianti finite in altrettanti b-movies italiani dell'epoca, interpretando ruoli di spessore come il figlio di satana e la creatura aliena. non avevano nemmeno bisogno di truccarmi.
poi guarii e con l'ittero se ne andarono anche i miei sogni di gloria. di recente ho ritentato la carriera cinematografica ma i registucoli a cui mi sono proposto mi hanno fatto capire, tra le righe, che non sono portato per il mondo di celluloide (mi han detto, citanto il basic instinct di verhoeven: lascia perdere ciccione, non bucheresti lo schermo nemmeno con un punteruolo da ghiaccio).
da piccolo amavo nascondermi senza un preciso motivo. probabilmente volevo solo sparire per un po'. quando mi stancavo salatavo fuori all'improvviso dal mio nascondiglio e spaventavo la gente. una volta ho quasi ucciso mia zia a. con una di queste trovate. saltai fuori dal mio nascondiglio gridando come un ossesso. le prese una sincope ed io rimasi a guardarla divertito mentre lei si accasciava in lacrime sullo zerbino di casa mia. quando arrivarono quelli del 118 mi chiesero cosa fosse successo. dissi, senza smettere di ridere, che avevo spaventato mia zia di proposito.
i paramedici mi ripresero solennemente. poi uno di loro si accorse che ero il bimbo dei film di fulci e fragasso e mi diede un leccalecca alla fragola. lo succhiai avidamente mentre l'autolettiga con su mia zia schizzava verso l'ospedale.
una volta mi nascosi nel cesto dei panni sporchi e ci rimasi per sette settimane. quando uscii la mia faccia era in tv e sui cartoni del latte. mia madre mi corse incontro per abbracciarmi ma fu investita dall'odore pestilenziale dei miei vestiti incrostati di sudiciume e così si ritrasse, gettandomi nello sconforto. temetti che i miei non mi volessero più come figlio, così feci domanda per diventare almeno loro cugino ma non vollero sentir ragioni. mi cacciarono sotto la doccia e mi cosparsero di polvere disinfettante al mentolo.
posso passare intere giornate a dire stronzate senza senso e a guardare la mia faccia da cazzo nello specchio. in un modo o nell'altro sembra sempre meno cazzuta di quello che è in realtà. a meno che non stia facendo una faccia buffa. che poi è quello che faccio per la maggior parte del tempo quando mi guardo allo specchio. spalanco la bocca finchè non sento i muscoli del viso tirarsi all'inverosimile e le ossa scricchiolare. oppure lascio sporgere gli incisivi e alzo un sopracciglio, a metà tra bugs bunny e il dottor spock, cercando di sedurmi.
una volta mi sono fissato negli occhi così a fondo che il mio volto si è trasfigurato. poi mi sono parlato e credo di essermi detto anche delle cose piuttosto importanti che in ogni caso non ricordo, perchè ero troppo concentrato sulla linea di basso che sentivo pompare attraverso il muro. il pezzo sullo stereo - come scoprii più tardi - era suspicious minds di elvis ma da dove stavo, riuscivo a sentire solo la linea di basso e non capivo cosa diavolo fosse.
sono alla perenne ricerca di un ritmo. percuoto qualsiasi superficie cercando il ritmo. rompo la minchia cercando il ritmo. sì, dopo un po' la rompo, lo so. ma devo arrivare al limite io, sempre. devo tirarla secca, la gente. devono chiedermi cortesemente di smettere (vedi di darci un taglio, porco..., per usare le parole di mio fratello), altrimenti non mi diverto.
è tutto un circo, io, il ritmo e il mio maiale - che se gli infili un braccio dentro (dovrebbe essere una cosa per bambini ma è una buona palestra per il fistfucking) e gli fai chiudere la bocca a tempo, esegue nella vecchia fattoria e fra martino grufolando (chiaramente un regalo di p.).
credo che la cosa peggiorerà man mano diventerò vecchio. allora qualcuno sarà costretto a chiudermi in un gerontocomio, la cui retta riuscirò a pagare sfruttando le misere royalties dei film girati con castellari e lamberto bava.
e alla fine mi farò tumulare vestito da dracula come il grande béla lugosi.
domenica 13 maggio 2007
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smoke gets in your eyes |
oggi voglio parlare di l., un mio vecchio amico.
però prima lascia che faccia un appunto su una categoria per la quale proporrei misure simili a quelle indicate per i nani da giardino (vedi post sotto): le *vecchie bastarde*.
me ne stavo in coda questa mattina, in pasticceria. una bella coda, sì, però ero tranquillo, è domenica, che cazzo me ne frega. sorridevo. poi ho smesso perchè ho visto la mia espressione da ebete riflessa sul vetro.
poi è entrata lei, la VB, la vecchia bastarda di cui sopra.
dicesi VB una persona gretta, nata meschina e ormai diventata vecchia, ragion per cui può continuare a comportarsi come cazzo gli pare perchè in pochi hanno cuore di prendersela con una persona vecchia.
la fila - ero in quinta o sesta posizione - strano a dirsi, procedeva regolare. ma quando è arrivata, la VB mi si è messa accanto e piano piano, passo dopo passo, si è infilata davanti a me, conversando amabilmente (da sola, ovviamente, e A CASO).
ora, se qualcuno mi domanda gentilmente di cedergli il posto e non ho particolare fretta (e di solito non ce l'ho), non ho nessun problema ad aspettare quel minuto in più. è quando fanno i furbi che mi sale il sangue alla testa e comincio a guardarmi attorno per trovare qualcosa di interessante da infilare loro nel culo.
ieri al bar sono passato davanti a una tizia, senza accorgermi. ho chiesto scusa diecimila volte, perchè non mi stancherò mai di ripeterlo: i FURBI non piacciono a nessuno, puttanaeva.
ma quella VB era - per l'appunto - vecchia e quindi non le ho detto un cazzo e nessuno si è permesso di farle notare che c'ero prima io.
l'unica consolazione è che, probabilmente, uno di quei cannoli oggi le si incastrerà in gola. non soffocherà - non sono così incazzato da augurarle di morire tanto presto - però, nel tentativo di salvarla applicando la manovra di heimlich, il cognato le spezzerà due costole.
l. è un amico che non sentivo da tempo ormai. la particolarità di questo ragazzo, quello per cui sarà ricordato - chi gli sopravviverà lo farà scrivere sulla sua lapide - è la sua spiccata tendenza a fumarsi tutto il possibile. non sto parlando necessariamente di droghe, intendo proprio TUTTO QUANTO. leggenda vuole che una volta si sia fumato persino del lucido da scarpe. non ho idea di come abbia fatto e, a dirla tutta, trattandosi di una storia, non credo interessi veramente saperlo. ma nessuno dei suoi amici penso abbia mai dubitato del fatto che lui l'abbia effettivamente fumato, il benedetto lucido da scarpe.
deve aver iniziato a fumare a sei, sette anni. fumava le sigarette di suo nonno, gliele rubava e se le fumava di nascosto nel cortile della scuola. mi ricordo che gliene diedero tante quando i suoi lo scoprirono. al nonno dispiacque (probabilmente riconosceva i suoi stessi geni da fumatore incallito nel nipote). ma quei due, trecento scapaccioni non lo dissuasero dal proseguire a fumare. rubava i fiammiferi nei negozi o dal tabaccaio e poi se ne andava in giro a scroccare sigarette. non tirava su molto ma quel poco se lo gustava parecchio. lo vedevi dalla sua faccia, quando dava il primo tiro e le sue labbra si distendevano in un sorriso beato.
col senno di poi credo che questa sua attrazione per il fumo fosse una questione chimica. mi capita di fare qualche tiro ogni tanto ma non ho mai provato nessun gusto particolare, se non godere di quell'odore che rimane sulle dita dopo aver fumato. ma questo credo non conti.
insomma, dopo anni di silenzio, l'altro giorno mi ha chiamato. era in lacrime.
è sempre piuttosto imbarazzante quando un amico ti chiama in lacrime. è come se te lo trovassi sulla soglia di casa completamente nudo. non so mai come reagire. se uno mi chiama in lacrime, l'unica cosa che so fare è farlo parlare. perchè o parli o piangi. però quando l. ha iniziato a parlare, non riusciva a smettere di piangere e io non c'ho capito davvero una minchia. quando si è calmato un po', gli ho chiesto di ripetere e spigarmi cosa fosse successo.
- voleva andare a vedere biagio antonacci a milano, così le ho preso i biglietti. vaffanculo, sai che palle biagioantonacci e devo pure tirare fuori settanta euro per farmi sbriciolare le palle da biagioantonacci (spegne il mozzicone nel portacenere e si accende un'altra sigaretta, la terza). però faccio sta cosa e per un mesetto si va da dio, anche se ci vediamo poco, un po' per il mio lavoro, un po' perchè lei non sta granchè bene.
preciso: la ragazza non regge bene il fumo. deve avere tipo delle reazioni allergiche. questo per capire la complessità del rapporto e dei problemi che hanno portato alla rottura.
per farla breve, tutto quanto è andato a puttane nel giro di un sabato pomeriggio.
l. ha ricordi poco chiari di quel giorno. dice di avere invitato un paio di amici nel suo appartamento per vedere non so quale partita sul satellite. si sono rollati un paio di canne, "qualcuno deve aver portato roba buona", ricorda l. "perchè siamo andati parecchio in là a un certo punto".
nella caciara lisergica l. non si è accorto di nulla, completamente perso assieme ai suoi amici fattoni.
la sera, riordinando il casino di cartoni della pizza, macchie di birra, cenere e mozziconi, l. è stato quasi colto da un colpo apoplettico. con la paranoia accentuata dal fumo, ha scoperto con terrore di aver fatto dei filtrini coi biglietti di biagio antonacci.
- ancora non ricordo come cazzo sono saltati fuori quei cosi. forse ci stavo scherzando con gli altri. sta di fatto che quando li ho trovati erano a pezzi, alcuni dei quali spenti nel portacenere.
- ti sei fumato i biglietti del concerto di biagio? - avrebbe tuonato la sua ragazza.
l. si deve essere stretto nelle spalle.
- avanti, non li ho mica fumati. li ho usati come filtro.
che poteva fare se non specificare l'ovvio?
forse starsene zitto? sì, forse sarebbe stato meglio.
sembra che la sua ex abbia lasciato un ultimo augurio a l., quello di andare a quel paese, "tu con tutte le tue stramaledette sigarette".
tutti gli amici di l. sanno che non potrebbe finire altrimenti.
venerdì 11 maggio 2007
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fart reynolds (aka "quel nano infame") |
molta gente impara a convivere con un segreto. vive la propria esistenza consumata dalla paura che tutto si riveli da un momento all'altro, gettando un'ombra di infamia ed ignominia sul proprio onore.
io non intendo vivere un minuto di più con questo peso sulle spalle, è giunto il momento di metterti al corrente di quanto successo. bada, è una questione di proporzioni tali da avere ripercussioni sul mio - e con molta probabilità anche sul *tuo* - equilibrio mentale.
insomma, è un sabato pomeriggio qualsiasi di qualche mese fa; torno all'ovile sfasciato come al solito, pronto per buttarmi in un angolo a morire d'inedia, quando mi avvicina mio padre.
padre - senti, dov'è finito il nano di ieri?
stgvs - come?
padre - il nano, quello che avevi sul letto ieri, che fine ha fatto?
faccio mente locale e ricordo di aver preso cucciolo dal nascondiglio dove è segregato da mesi ormai per lasciarlo in bella vista sul letto, così, per far fare due risate a chi fosse entrato in quel momento e l'avesse visto troneggiare sul mio letto, con la sua faccia da cazzo in bella mostra.
se solo avessi saputo, maledizione.
ah, qui ci sarebbe da fare una precisazione. io ODIO nel modo più assoluto i nani da giardino. non credo negli ideali del FLNG, sono più per lo sterminio totale di tutte queste merde di gesso. quindi p., per far sì che io sappia sempre quanto è forte il suo amore, me ne regala uno non appena ne ha occasione (e comunque non così spesso come vorrebbe).
stgvs - oh, quello. è nell'armadio.
padre - dammelo che lo mettiamo qui fuori.
stgvs - O_O
mia madre alza gli occhi al cielo.
rido nervoso.
stgvs - dici sul serio? (so benissimo che lo è. mio padre non scherza su certe cose.)
padre - ma sì, lo mettiamo qui, ci sta bene.
indica il mobiletto di legno che sta sul balcone.
stgvs - O_O' !!!
l'espressione del volto di mia madre dice chiaramente questo si è bevuto il cervello.
stgvs - io ODIO i nani, me li regalano proprio per questo motivo, perchè sono infimi e kitsch e io li odio.
padre (senza degnarmi della sua attenzione) - sì, lo mettiamo qui, sarà perfetto.
me ne vado disgustato.
mia madre sembra avere le idee chiare. quando mi consulto con lei per cercare di capire, asserisce serafica: sta impazzendo.
stgvs - cristo, non vorrai davvero che...
madre - è finita. l'unica è provare a far finta di niente. magari se ne dimentica.
stgvs - gasp! gosh.
cerco di farmi i fatti miei sperando che la cosa s'insabbi ma poco dopo mio padre si rifà vivo.
padre - allora, dov'è quell'affare?
stgvs - come?
padre - Il coso, il *nano*.
rassegnato, a spalle curve, apro l'anta dell'armadio ed afferro cucciolo per l'orecchio.
mio padre afferra il nano con uno strano bagliore negli occhi. è *inquietante*, mi si raggela il sangue.
lo seguo con terrore crescente ed assisto alla collocazione del nano sul balcone.
padre - sì, sta proprio bene.
stgvs - ...
padre - e poi qui guardano su tutti.
stgvs - ...
padre - che bello, va come sta bene.
me ne vado senza proferire parola, nella confusione totale.
padre (comparendo sulla porta della mia camera con quel bagliore sinistro ancora negli occhi) - che nano è quello? pisolo?
stgvs - no, dovrebbe essere cucciolo.
padre - ma non mi sembra proprio.
mentre lo seguo di nuovo verso il balcone, non posso credere di condurre veramente questa conversazione.
stgvs - ho proprio idea che si tratti di cucciolo. gli altri nani hanno tutti la barba, questo non ce l'ha e ha i vestiti larghi... è il più odioso di tutti.
padre - sì, hai proprio ragione, è cucciolo.
stgvs - ...
padre - ah, come sta bene!
e questo è tutto. da allora il nano prospera in casa mia, ricettacolo di ogni presenza maligna di passaggio. il suo peso aumenta di giorno in giorno, mio padre - ormai schiavo di quella creatura - ha dovuto rinforzare il mobiletto già due volte. l'aria attorno al nano è satura di un odore acre e pungente (ma forse è solo l'ascella del vicino). a nulla valgono le mie continue preghiere ed invocazioni.
vorrei solo buttarmi di sotto ma non saprei come fare. non ho davvero il coraggio di mettere di nuovo piede su quel balcone.
mercoledì 9 maggio 2007
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listen without prejudice |
chissà com'è che certa gente, di punto in bianco, decide di farti una confidenza. a meno che non si tratti di un amico, intendo.
l'altra mattina ho preso un caffè con un consulente. fino a quel momento i nostri contatti si erano limitati a telefonate di lavoro e qualche mail (più che altro allegati con un testo molto breve, tipo "cdo" o "slt"). ci incontriamo per caso fuori dal suo ufficio e gli offro da bere. lui seleziona un mocaccino (e già questo avrebbe dovuto rivelarmi molto sul suo conto) e mi fa, armeggiando col cellulare: - devi assolutamente vedere questa cosa.
lo guardo pestare col pollice sulla tastiera mentre il suo mocaccino finisce di versarsi nel bicchiere. mi passa il cellulare, dice questa è roba forte.
sullo schermo passa un video porno di heather harmon. lui sorride mentre si porta il bicchiere alle labbra. chissà che faccia sto facendo. sorrido, il filmato l'ho già visto (anche se di prima mattina non mi fa un grande effetto) e gli restituisco il telefono sforzandomi di fare un commento pecoreccio sulla harmon.
- questo sicuramente non l'hai visto - fa lui mettendosi di nuovo a trafficare con la tastiera.
a questo punto vorrei dirgli che non m'interessa, che non ho tempo, ma per educazione lo lascio fare. questa volta sullo schermo passa un filmato chiaramente amatoriale. il consulente sostiene che sia stato girato in zona.
poi mi fa: - me l'ha mandato una tipa rispondendo a un annuncio su un giornale a cui sono abbonato.
finisce il mocaccino e spiega: - sono annunci di scambisti, tempo fa ero nel giro con la mia ex. adesso mi contattano coppie che cercano un singolo.
- come funziona, vi mandate foto? - chiedo io.
- foto, video, filmati come quello che hai visto. poi ci si mette d'accordo e ci si incontra.
- è da molto che lo fai?
- più o meno dieci anni. è cominciato per gioco, sai com'è. poi mi sono trovato bene.
- brutte esperienze? - chiedo ormai perfettamente calato nel ruolo di marco berry delle iene.
- per il momento no, fortunatamente. diciamo che ci sono volte in cui va da dio e altre in cui proprio non va. ma non c'è nessun problema, è questo il bello, se non funziona, tutti amici come prima. e poi non spendi soldi, non è come andare a puttane.
ora mi chiedo, lungi dall'esprimere un giudizio morale (dico, se ti piace, sei libero di fare quello che vuoi), cos'avrà spinto questo perfetto sconosciuto ad aprirsi con me tanto da mettermi al corrente dei suoi vizi privati? non ha la minima idea di chi io sia.
non è la prima volta che mi capita. andavo ancora a scuola quando una mia amica raccontò a me e a d. di un regalo che le aveva appena fatto il suo ragazzo.
me lo ricordo come se fosse ieri. sembra che lui l'abbia portata a casa sua e l'abbia invitata ad aprire l'armadio. c'è una sorpresa per te, deve aver sibilato. lei nell'armadio ha trovato una scatola da scarpe, all'interno della quale giaceva nientemeno che un grosso *dildo di gomma*. ci raccontò tutto ridendo dall'imbarazzo. noi non credevamo alle nostre orecchie. disse tutto alle due faine più bastarde che potesse trovare in circolazione, pensando che non saremmo corsi subito a scrivere tutto quanto sul muro a caratteri CUBITALI.
la storia è ancora oggi il nostro pezzo forte e non manchiamo mai di condividerla con ogni persona disposta ad ascoltare.
e tu, vuoi veramente ascoltare?
lunedì 30 aprile 2007
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pontificare (aka 'africano style') |
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